TOP CONSIGLI DI MAGGIO!

Eccoci al nuovo appuntamento mensile del blog! Dal momento che ci sono periodi in cui ricevo veramente moltissimi dischi da ascoltare, ho pensato di riservare per ogni mese una specie di lista dedicata a tutte quelle uscite discografiche che mi hanno colpito, ma per le quali non ho trovato il tempo o lo spazio necessario per parlarne singolarmente. Penso possa essere anche un modo per poter parlare di tutti i dischi che desidero farvi conoscere senza però impazzire a creare un articolo dedicato a ciascun disco, cosa che – essendo solo io ad occuparmi di questo blog – mi farebbe decisamente perdere il sonno (e il senno). E quindi il metodo sarà questo: poche righe per ogni disco, cercando di selezionare una decina di album alla volta con una buona escursione tra generi e soprattutto cercando di tenere un occhio di riguardo all’underground e alle uscite che ricevono poca attenzione. Ci saranno ovviamente eccezioni, ma cercherò di essere ligio alle regole che mi sono autoimposto. Quindi ora bando alle ciance e via alla Top Consigli di Maggio!

Semplicemente il disco stoner metal più potente e violento che potrete ascoltare in questo 2019. Ne parlo in ritardo e colpevolmente, ma quel che è certo è che i cinque, proclamatisi alfieri dell’hefty metal, sanno picchiare durissimo, proponendo una miscela di chitarre grassissime e una sezione ritmica ben più vicina al metal che rock; dallo sludge in odor di (primi) Mastodon e High On Fire, fino al blues deviato dei Clutch, ingigantendo il proprio sound ad un livello inimmaginabile, gli Asthma Castle danno un nuovo significato al genere stoner metal con un disco che non farà prigionieri. Dietro la band si celano il batterista Adam Jarvis (Pig Destroyer, Misery Index, Scour) e il chitarrista Justin Ethem (Integrity) tra gli altri. Inutile dire che con dei pesi massimi simili non si poteva fallire.

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Uno dei dischi death metal italiani dell’anno secondo il sottoscritto, che personalmente il genere non lo apprezza troppo. Ma i Norsemen, autentici vichinghi moderni, riescono a dare una grande prova di valore attraverso dieci brani di puro death metal intriso di mitologia e folklore norreno suonato benissimo, composto in modo sapiente e prodotto ancora meglio. Proprio la produzione è ciò che mi ha convinto di più in questo disco: potente, definita e bilanciata, capace di tenere testa a produzioni ben più blasonate. Non tutto è perfetto, infatti mi ha fatto un po’ storcere il naso lo screaming del cantante Federico Rota, che se la cava decisamente meglio sul growl (questo sì, convincente!), e la durata complessiva dell’album forse un pelo eccessiva. Ma sono piccoli dettagli che non scalfiscono il valore del disco in sé. In definitiva, se non siete soddisfatti dal nuovo corso degli Amon Amarth, fiondatevi direttamente sugli italianissimi Norsemen! E non perdete di vista le prossime succulente uscite di Time To Kill Records… Ma ne riparleremo.

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  • JAMILA WOODS – “LEGACY! LEGACY!” (Jagjaguwar, 10/05/19)

Soul, R’n’B, Rap, Funk, Rock… C’è tutto nel nuovo disco di Jamila Woods, il disco pop che mi ha colpito di più in questa prima parte di 2019: un disco che pur muovendosi su coordinate per così dire “semplici”, risulta tutt’altro che facile, anzi. La Woods scrive e canta tredici brani intransigenti e trascinanti, che hanno un unico filo conduttore: onorare i personaggi che hanno fatto la storia della cultura nera d’America. E così ogni canzone porta il nome di un’icona nera della storia – Miles, Sun Ra, Zora, Frida, Muddy – e ne porta le caratteristiche stesse del personaggio che omaggia. Si sente che c’è una band vera e propria alle spalle di Jamila e tutti portano avanti il flow della cantante con stile e con carica, prendendosi i propri spazi, ma senza mai prevalere sulla voce della protagonista. Il linguaggio e i testi dei pezzi non hanno peli sulla lingua, così com’è giusto che sia, e quando la Woods si butta sullo stile rappato non ce n’è più per nessuno. Una bomba, una vera bomba. Magari passassero queste canzoni alla radio.

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Eccola l’eccezione della mia classifica: i Sunn O))) non hanno bisogno di presentazioni ed è inutile dire che o si amano o si odiano. Da anni la band propone il proprio peculiarissimo sound drone/doom e non ha mai concesso spazio alle innovazioni di nessun tipo. Vero è che la loro proposta è molto più coinvolgente dal vivo, dove i due sciamani del riverbero riescono a costruire un vero e proprio rituale collettivo nel quale immergere gli ascoltatori fino a mandarli in trance. Ha senso quindi parlare di un disco dei Sunn O)))? In questo caso penso di sì e la risposta sta tutta nel primo brano di Life Metal: Between Sleipnir’s Breaths marca infatti una netta sterzata stilistica del duo, che compone un brano quasi “veloce” per i loro standard, nel quale sono le chitarre a parlare e non i semplici droni. La voce poi, un angelico e melodico canto femminile a cura dell’islandese Hildur Gudnadòttir, rappresenta la vera novità del disco. E andando avanti con i brani, su Troubled Air si può sentire anche la presenza di un organo dalle sonorità liturgiche (gli Skepticism sono vicinissimi). O’Malley e Anderson provano quindi a cercare nuove soluzioni per arricchire la propria proposta, senza però schiodarsi dalla propria aura mistica che ormai li ha resi celebri. La produzione perfetta del guru Steve Albini rende il tutto poi estremamente raffinato e penetrante. Il disco più accessibile dei Sunn O)))? Forse. Resta il fatto che è bellissimo. Ora aspettiamo la seconda parte!

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  • ANCIENT TORMENT – “Satan’s Legacy Come Flesh” (Eternal Death, 10/05/19)

Semplice e diretto black metal direttamente dal Rhode Island. In trenta minuti gli americani confezionano un Ep di quattro pezzi di lunga durata, che si muovono agilmente tra le direttive del tipico sound black metal americano dei primi Anni 2000. La registrazione lo-fi e perennemente sporcata dal rumore di fondo dona un’aura vintage alla proposta dei nostri, che però alla lunga potrebbe stancare, dato soprattutto l’immobilismo che affligge gran parte dei brani del dischetto. Fortunatamente l’ultimo brano, A Treasure Squandered, riporta l’Ep su un livello notevole, rendendo comunque degno di ascolto l’intero lavoro. Se siete amanti della scena più oltranzista e tritasassi del black metal, devota al sesso e al satanismo, allora ascoltate questo Ep, potreste amarlo.

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Come dare una scossa al mondo intero e far vedere che il rock progressivo in Italia è ancora vivo e vegeto, ma non solo; è anche capace di dare alla luce veri e propri capolavori in bilico tra vintage e modernità come questo. La Batteria da alla luce un doppio album in un periodo storico in cui il “formato disco” ha perso ormai ogni valore, ma sarebbe impossibile pensare di ascoltare questi brani su un supporto che non sia il buon vecchio e affidabile vinile. La band omaggia la grande tradizione del prog nostrano degli Anni ’70, unendo alle sonorità tipiche dell’epoca un amore viscerale per le colonne sonore più celebri del cinema di genere italiano e infine aggiunge una dose di personalità assolutamente non indifferente, dove la batteria (intesa come strumento) assume un valore fondamentale. Ma non si deve inquadrare II come un disco nostalgico, anzi: in alcuni casi il sound si fa ben più moderno e sfaccettato di quel che ci si aspetta, tradendo influenze che vanno dall’hip hop (complice una collaborazione con i Colle Der Fomento) alla disco, passando per la musica colta e la psichedelia. Tutto ciò può essere condensato solamente nel termine “rock progressivo”, ma qui dentro c’è molto, molto, ma molto di più. Un disco da ascoltare, comprare e far conoscere a tutti. Ancora una volta, ottima musica italiana.

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Altro disco di cui parlo in ritardo, ma semplicemente perché parlarne è quanto mai difficoltoso. Descrivere la musica contenuta in quest’opera è un’operazione che non è eseguibile solamente attraverso le parole, perché richiede di vivere l’esperienza in modo estremamente attivo: O’er The Land Of The Freaks è un lavoro artistico che coinvolge non solo la musica, ma anche il teatro, attraverso la performance fisica. E l’obiettivo fondamentale di Enomisossab è quello di ridare valore alla “voce”, intesa come la massima delle espressioni (artistiche e comunicative) umane. La voce è lo strumento principale del compositore, che adagia le proprie performance ora su tappeti pop, ora rock, ora quasi new wave, ora elettronici, ora profondamente avanguardistici. Non Gioco Più ad esempio, richiama alla mente i lavori di Angela Baraldi, mentre la grottesca Yes Logo potrebbe essere stata dai peggiori Talking Heads sotto acidi. Dio Sta In Una Moneta, a partire dal titolo, fa pensare al compianto Claudio Rocchi, così come al primissimo Battiato, mentre la ipnotica Vuoi Diventare Mio Amico? frulla insieme così tante influenze, dai CCCP all’elettronica minimale tedesca, da risultare sempre più interessante ascolto dopo ascolto. Ma non servono i paragoni per descrivere questo disco, serve assaporarne l’essenza e lasciarsi risucchiare nel vortice di emozioni suscitate dai brani. Una scoperta che non vi deluderà, garantito. Ma per scoprirne di più, sulla musica e sul concept dietro al progetto Enomisossab, aprite il link qui sotto.

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Il noise rock del 2019 passa dai Drahla, c’è poco da fare. Il trio, che firma con questo disco il proprio debutto, gode di partecipazioni a festival importanti e della raccomandazione di un certo Robert Smith, per il quale i Drahla han suonato al Meltdown Festival di Londra. La band segue i propri istinti più crudi e da alla luce dieci piccole gemme di art rock grezzo e spigoloso, guidate dalla voce sinuosa della brava Luciel Brown e da un lavoro ritmico che parte dal post punk e si sposta verso la new wave e il rock più minimalista. Sopra tutto questo la chitarra disegna trame che richiamano i Sonic Youth più di chiunque altro (ascoltate Stimulus For Living), così come i gruppi alt rock più rumorosi degli Anni ’90. Ma ci sono una finezza ed una classe tali, nei brani dei Drahla, che non passano per nulla inosservati: merito anche dell’uso dello sgraziatissimo sax di Chris Duffin che marchia a fuoco molti dei pezzi del disco. Un esordio sicuramente degno di nota, che farà innamorare tutti gli amanti del rock più spigoloso e anticonvenzionale.

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  • KAVOD – “Wheel Of Time” (Autoproduzione, 13/04/19)

La parola “Kavod” in ebraico significa “onore”, ma la sua etimologia trova le radici nel significato di “essere pesante”; da questo apparente dualismo nasce la musica del trio perugino che da alle stampe questo Ep di tre brani, i quali partendo da una base doom abbastanza quadrata e compatta, sviluppano poi una personale rivisitazione del genere, facendolo affogare in un ampia dose di psichedelia dai tratti “spirituali”. Proprio così, potremmo definire il genere dei Kavod “trascendental doom”, tanto è presente questa componente così particolare. In realtà l’Ep parte in sordina con Samsara, che si rivela essere il brano più debole del lotto, anche a causa di un cantato personalmente non troppo azzeccato e di un comparto strumentale che non mette abbastanza in evidenza le proprie potenzialità. Ma con Absolution le cose cambiano radicalmente: il sound si fa potentissimo, profondo e trascinante, con un ritmo da trance ipnotica (qui si percepisce la dimensione fondamentalmente “da jam session” dei brani dei Kavod) e una grinta tipicamente stoner; il risultato è decisamente positivo e il pezzo si fa ascoltare che è un piacere. Rimangono i dubbi sulla voce, ma in questo caso essa è dosata molto meglio. Mahatma chiude il disco con sei minuti estremamente spirituali e sentiti: via le distorsioni e spazio all’ambient più meditativo, in linea con il titolo del brano. La direzione del pezzo è interessante e forse la band dovrebbe considerare di ripetere questo genere di esperimento in futuro. In definitiva un Ep godibile per chi dal doom non vuole le solite banalità; rimane la curiosità di ascoltare un disco intero dei Kavod, che speriamo arrivi al più presto. Bravi ragazzi!

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Chiudiamo la lista con una ristampa a cura della sempre più lungimirante Spittle Records, branca di Goodfellas che si sta occupando di ristampare gran parte di quei dischi che hanno contribuito a creare l’underground italiano nel corso degli Anni ’80 e ’90. Ed oggi tocca ad una delle realtà più interessanti dell’hardcore punk della penisola: i valdostani Kina! Una delle mie band punk preferite, che da poco è tornata in attività e di cui aspetto con ansia l’imminente documentario in uscita (qui il trailer)! Spittle ha ristampato la mitica raccolta Troppo Lontano, ma soprattutto il secondo disco della band, Cercando (1986), che ormai è introvabile se non a prezzi elevatissimi. Ovviamente parliamo di vinile (ma tranquilli, c’è anche in cd) e la ristampa riesce ad essere rispettosa delle registrazioni originali, senza compromettere il sound abrasivo della registrazione originale, che esce più potente che mai fuori dalle casse. Pezzi incredibili come Nel Tunnel e Sabbie Mobili rivivono sotto una nuova luce, portando però con sé tutto il carico emozionale e significativo dei bei tempi che furono. Un disco da avere, così come tutti quelli dei Kina, che speriamo vengano presto ristampati in una bella edizione come questa qui di Spittle Records.

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