1782 – “S/T”. Dolor Y Doom!

Grazie ad una “campagna di marketing” attivissima sui social più influenti del momento e al freschissimo debutto in sede live, arrivano finalmente nelle casse del mio stereo degli Anni ’90 i 1782, duo composto da Marco Nieddu (chitarra, basso, voce) e Gabriele Fancellu (batteria, cori), che a suon di grafiche notevoli sono riusciti a costruire un hype generale incredibile attorno alla loro prima, omonima, release.

E partiamo proprio da qui nel descrivere questo disco, ovvero dal momento prima che esso esistesse: Marco, proprietario dell’etichetta Electric Valley Records, e Gabriele sono due ragazzi sardi (ricordatevi questo particolare, ci servirà più avanti) con alle spalle già esperienze di un certo livello in ambito musicale; i due amici condividono già un progetto orientato verso lo stoner e l’heavy-psych – Raikinas – ma verso la fine di dicembre dello scorso anno decidono di dare vita ad un altra creatura musicale con un obiettivo ben più mirato e specifico: 1782 è il nome della band e si riferisce ad un anno ben preciso, ovvero quello nel quale avvenne l’ultimo processo per stregoneria in Europa. L’ultima vittima di queste stragi perpetrate nel nome della bieca “fede” religiosa fu la svizzera Anna Göldi, condannata all’impiccagione (alcune fonti dicono sia stata decapitata) perché accusata di aver maledetto una bambina attraverso un malocchio a base di spilli. Nel 2008 la Göldi è stata ufficialmente riabilitata dal Canton Glarona, firmando il primo e unico caso al mondo di riabilitazione di una presunta strega. Ma informazioni più dettagliate le potete leggere qui e qui.

La band decide quindi di comporre un album che sia dedicato a tutte le “streghe” assassinate da secoli di ignoranza e bigottismo e per farlo si affida al genere che più di qualunque altro si accorda alle tematiche occulte, così come alla tortura, alla vendetta, alla magia e al sesso: il doom. E no, non parliamo di una base doom con diramazioni più o meno nette verso la psichedelia o lo stoner, men che meno verso il rock. Qui si ha la celebrazione di quel culto primigenio partorito dal dio Tony Iommi e poi tramandato negli anni in forme sempre più dure e pesanti, via via ispessendo il suono delle chitarre del basso e aumentando la potenza delle percussioni. Passando dagli Sleep agli Electric Wizard, ecco che approdiamo quindi ai 1782.

Non fraintendetemi, le caratteristiche dei generi menzionati prima si possono ritrovare nei brani del disco omonimo dei nostri, ma esse non sono di certo preponderanti e vengono stimolate dalla struttura stessa dei pezzi, che usano ritmi pachidermici e suoni grassissimi ed oleosi, reiterati anche per parecchi minuti in certi casi, e soprattutto un uso massiccio dei filtri applicati alla voce principale, la quale risulta sempre sfocata e distorta, rimanendo in fondo al mix con un alone di luciferina malignità. Ma i 1782 lo scrivono a chiare lettere sul disco stesso: questo è doom e come tale dev’essere ascoltato. Cioè al massimo volume possibile.

Inizia quindi la “campagna” sui social di cui abbiamo parlato in apertura: la band si presenta al mondo del web nel dicembre 2018, grazie ad una serie di post su Facebook e su Instagram che vanno dal tributo a grandi icone del doom fino alla creazione di grafiche e possibili artworks sormontati da un sempre presente 1782. Questi piccoli quadretti risultano essere via via sempre più interessanti, tanto che se venissero create maglie ad hoc penso che le acquisterei tutte all’istante. E l’effetto sul pubblico è immediato, basti vedere la reazione a base di like e commenti relativa a ciascun post! E questo procedimento la band lo porta avanti intensamente per un mesetto, senza pubblicare nemmeno una nota suonata, ma solamente alimentando la fantasia perversa di tutti gli amanti dei Black Sabbath e del rock più deviato ed occulto. Già qui i 1782 sono stati capaci di crearsi un’ottima e nutrita fanbase, attiva e presente ad ogni pubblicazione sui social e in crescente ansia di poter ascoltare un estratto da questo fantomatico nuovo disco. Quando finalmente il 17 gennaio esce il primo singolo, è un successo e la popolarità della band nei circuiti dediti allo stoner/doom aumenta sempre di più. Di lì a poco il brano raggiunge una quota di ascolti notevole e arriva presto il primo videoclip, che segna un altro successo. E finalmente, il 24 maggio 2019, viene dato in pasto ai fan il disco completo.

Ho voluto descrivere questo passaggio apparentemente ininfluente rispetto alla musica perché, sebbene parliamo pur sempre di una band “emergente” e di un genere e di una scena che – ormai sature di proposte – continuano ad essere piuttosto di nicchia, l’ascesa dei 1782 è stata piuttosto vistosa, almeno per chi l’ha vissuta attraverso i social. Non parliamo di numeri giganteschi, ma piuttosto di una vera e vivace risposta dei fan, sempre più numerosi, alle pubblicazioni della band. E questo, oltre ad essere molto positivo per il gruppo, può essere anche un monito ed un esempio per tutte quelle band lì fuori che non trovano il modo giusto per emergere; ecco, i 1782 credo che il modo lo abbiano indovinato. E spero per loro che gli porti davvero bene.

Ok, ma ora passiamo al disco e parliamo di musica. E in realtà non ci sarebbe neanche da parlare troppo, perché la formula dei 1782, partendo da un sincero tributo stilistico ai Black Sabbath (sono, quasi banalmente, l’influenza più chiara del duo), dai quali partono fin dall’introduzione a base di pioggia e campane funebri, per proseguire con una vera e propria collezione di riff ispirati dal maestro Iommi, riescono ad indurire il sound caricandolo all’inverosimile di fuzz e riverberi ed ovviamente ribassando le accordature dei propri strumenti. Qui hanno fine le “invenzioni” del duo. Perché – anche se può sembrare offensivo non gli do assolutamente questa accezione – i 7 brani (escludendo l’introduzione) composti dai 1782 giocano su un fattore solo: l’immediatezza. E questa la si ottiene attraverso la semplicità. Risultato: i pezzi della band sono semplici, immediati e colpiscono dritti al punto, anche quando durano quasi sette minuti.

Mi spiego meglio: partiamo da Night Of Draculia ad esempio, che è il primo vero brano del disco; esso si compone di un solo riff, variato leggermente sul finale, e di due accordi per le strofe. Per quattro minuti e mezzo. Stop. E funzione dannatamente bene, ma veramente bene. Qualsiasi amante del doom e dello stoner (più nella sua anima metal che rock a dire il vero) non può evitare di crogiolarsi al cospetto di un brano simile, dove ciò che da veramente credibilità al tutto e lo rende degno di nota è il suono. Il suono è la vera chiave di volta della musica dei 1782: la batteria è precisa e secca, ma potentissima e mai troppo “sbrodolona”, la voce perennemente relegata sul fondo dona l’atmosfera giusta al brano e poi arriviamo alla vera star del disco, ovvero la chitarra. Chitarristi adoranti di fronte ad amplificatori Orange e Laney e maniaci compulsivi nell’acquistare ogni sorta di fuzz disponibile sul mercato, preparatevi a sbavare di fronte al suono della chitarra (e del basso, che subisce lo stesso trattamento) di Marco Nieddu. Io personalmente, da chitarrista, ogni volta che ascolto il disco non posso fare a meno di sognare di avere lo stesso suono di Marco, lo dico proprio sinceramente. Appurato quindi che la carta vincente del duo è il sound, che omaggia nel miglior modo possibile le sonorità vintage degli Anni ’70, ma riesce a mantenere saldamente i piedi nel presente (qui mi vengono in mente Electric Wizard e Windhand ad esempio), parlare degli altri brani è decisamente più semplice, ma non meno appagante, anzi.

La struttura dei brani seguenti segue bene e male le stesse direttive, variando di tanto in tanto la formula e sfruttando di volta in volta possibilità più psichedeliche ed ipnotiche – la ciclica ed inquietante Black Sunday, che sembra omaggiare i soliti Black Sabbath, ma anche i migliori horror a base di case stregate degli Anni ’70 – oppure soluzioni tendenzialmente rock, come ben rappresentato dal bell’assolo del super ospite Gabriele Fiori nel singolo She Was A Witch. Fanno un’impressione davvero macabra i cori spettrali che adornano la coda finale di The Spell (Maleficium Vitae), così come l’austero organo che chiude l’omonima 1782, brano veramente pesantissimo e incessante nella propria ripetitività, che riprende ed esaspera i primi Sleep nella prima parte del suo svolgimento e poi, senza perdere il consueto andamento ipnotico si trasforma negli ultimi minuti in una sinfonia blasfema a base di organo e flauto che riporta subito alla mente il pioniere dell’occultismo musicale italiano Antonio Bartoccetti (Jacula, Antonius Rex). Un brano spaventosamente bellissimo. Ma rimane protagonista l’organo anche nell’ultimo brano, Celestial Voices, che altri non è che il segmento finale della suite A Saucerful Of Secrets dei Pink Floyd, contenuta nell’album omonimo datato 1968 (ma per essere più precisi, la divisione in quattro parti ed il titolo Celestial Voices sono presenti solo a partire dall’album Ummagumma del 1969, dove vi è la più famosa versione live del brano). Questa cover si accorda benissimo al mood dell’album dei 1782, e se la mia interpretazione è corretta, dal momento che ho sempre visto la suite dei Pink Floyd come un’allegoria musicale della risalita dall’inferno al paradiso e quest’ultima parte rappresenterebbe il raggiungimento dell’Empireo, forse il duo sardo ha voluto siglare la fine del proprio disco con un brano paradisiaco, in contrapposizione ai pezzi più “infernali” proposti prima, come a voler liberare ogni strega rappresentata ed omaggiata dalla musica della band nell’infinità del cielo, finalmente liberata dalle catene di quella stessa ignoranza che l’aveva condannata per sempre all’oblio. Rimane il fatto che il brano potrebbe benissimo passare come un pezzo originale della band, tanto le sonorità si accordano al mood del disco.

Il videoclip di Oh Mary, vera e propria chicca per cinefili; infatti le scene rappresentate sono tratte dal capolavoro erotic-horror Vampyros Lesbos del 1971, forse l’opera più nota del regista spagnolo Jesús Franco.

Interessante anche Oh Mary, proprio perché nel raccontare la storia dell’ennesima strega secolare, i 1782 tributano anche la propria terra, la Sardegna. Infatti la canzone parla di una leggenda propria dell’isola, che narra di una donna di nome Maria costretta a sposare un uomo vecchio e malconcio e presa in giro dalle donne del proprio villaggio poiché incinta, la quale infine si uccide gettandosi in un pozzo. La leggenda prosegue poi raccontando di come, una volta morta, Maria venisse a rapire i bambini delle donne che l’avevano umiliata, portandoli nella propria tomba e cibandosi di essi. Una fiaba nera folkloristica che però ha delle radici reali radicate nei secoli della terra sarda.

Il disco ha una durata perfetta per un’opera simile, aggirandosi sui quaranta minuti e convincendo in ogni minima parte del proprio svolgimento. I 1782 hanno segnato un nuovo standard nella grande cerchia delle uscite stoner/doom e sfido chiunque a ricreare un sound tanto convincente come quello dei due ragazzi sardi. Sinceramente, anche se speravo in un bel disco, non mi aspettavo di trovarmi davanti ad un album così positivamente sconvolgente, ma la sorpresa ha alimentato solamente la soddisfazione ascolto dopo ascolto. Certamente chi cerca innovazione e sperimentazioni lisergiche o di altro tipo, non si innamorerà troppo facilmente di 1782, ma per tutti gli altri il banchetto rituale è aperto. Venite e vi assicuro che ne uscirete abbondantemente sfamati, ma con la voglia di avere ancora un altro assaggio, il più presto possibile!

P.S. Un’ultimissima osservazione la volevo riservare al supporto fisico dell’album; infatti chi mi conosce sa quanto io ami le cassette e quanto sia legato a questo tipo di supporto musicale, che mi ha accompagnato fin da piccolo nelle scoperte artistiche più importanti della mia vita. Gli album a cui sono più legato infatti, spesso e volentieri, li possiedo in questo tipo di formato, perché 1) ho ancora la possibilità fisica di ascoltarlo e 2) mi piace moltissimo esteticamente, anche più del vinile. Tutto questo per dire che ho acquistato 1782 (sì acquistato, perché anche avendo ricevuto il promo online, l’avevo già ordinato in versione limitata circa un mese prima sul sito di Electric Valley Records, essendomene già innamorato perdutamente) in cassetta, appena ho visto che la band aveva pensato di rilasciare il disco anche in quel formato ed ora ne sono veramente soddisfatto: il nastro suona che è un piacere, potente e distinto, ed il fruscio della cassetta – che io adoro – si adagia perfettamente alle atmosfere creepy della musica. Una meraviglia, davvero. Ma sono convinto anche che un disco simile sia perfetto anche su vinile, dovrei provarlo. Ascoltando degli mp3 su computer la magia svanisce; in questo caso penso che conti davvero tantissimo ascoltare il disco “veramente” e non solo online o in digitale.

Un prodotto tutto italiano, distribuito da etichette italiane che hanno visibilità mondiale, per un risultato artistico mirabile. Il consiglio è uno solo: acquistate 1782; non importa il formato, vinile, cd o cassetta, ma acquistatelo e fatelo suonare in un impianto audio al massimo del volume Perché parliamo di musica viva, che respira e si muove nell’animo dell’ascoltatore, quindi merita di essere goduta nel modo più vero e potente che esista. D’altronde lo consigliano pure Marco e Gabriele!

Voto: 9,5/10

Distribuito da: Heavy Psych Sounds RecordsElectric Valley Records

Data di uscita: 24/05/19

1782

Dove potete ascoltare/acquistare il disco: YoutubeHeavy Psych Sounds Records (cd & vinili) – Electric Valley Records (cassette & vinili)

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