GOLDEN ASHES – “GOLD ARE THE ASHES OF THE RESTORED”. L’inferno dorato di Maurice De Jong!

I dischi scoperti quasi per caso sono quelli che, se sanno colpirti, ti danno poi le soddisfazioni maggiori. Ed è un bene che dietro l’album di cui andremo a parlare oggi non ci sia il nome del suo creatore, bensì un monicker nuovo, tra l’altro non un granché innovativo, ma capace comunque di imprimersi bene nella mente. Ebbene, dietro la maschera di Golden Ashes si nasconde infatti il ben poco racocmandabile Maurice De Jong, compositore olandese noto negli ambienti più deviati e tossici del black metal e del noise per il suo malatissimo progetto principale Gnaw Their Tongues, che ha saputo negli anni ritagliarsi una piccola fetta di aficionados amanti dell’estremo, nonché per un’altra serie sconfinata di progetti paralleli, tutti bene o male inquadrabili nei ranghi del black metal e dell’elettronica noise. Con Mr. De Jong il sottoscritto non ha mai avuto buoni rapporti, soprattutto per quel che riguarda Gnaw Their Tongues, progetto che non ha mai saputo catturarmi adeguatamente, ancora oggi non saprei spiegare bene il perché.

Quindi il fatto di ascoltare questo Gold Are The Ashes Of The Restored senza conoscerne l’autore ha giocato un ruolo che reputo abbastanza determinante per il mio successivo apprezzamento dell’opera. E per questo ringrazio De Jong, che al contrario di moltissimi altri artisti/band che evolvono o cambiano drasticamente il proprio sound mantenendo però il proprio “brand” e spiazzando – spesso in negativo – di volta in volta centinaia di fans (un esempio? Opeth), ha invece scelto di celare ancora una volta la propria identità dietro un nuovo progetto con cui esplorare un’altra parte della propria identità e della propria arte, sconvolgendo in gran parte quel sound per cui è divenuto celebre per andare verso un orizzonte ben più luminoso rispetto all’oscurità tipica di Gnaw Their Tongues.

In questo, Golden Ashes si riallaccia nel complesso ad un altro progetto di De Jong, ovvero Seirom, del quale sembra proprio il diretto discendente. Infatti è dall’ambient spoglio e diretto di Seirom che questo nuovo album parte per costruire la propria nuova poetica, che non si dimentica però del black metal e del noise, ma usa questi generi per esaltare la materia prima che ne costituisce le fondamenta. Andando più nel dettaglio, è in questo modo che Maurice De Jong presenta il debut dei Golden Ashes:

Il nero caos della disperazione senza alcuna speranza chiama attraverso la nebbia. Una discesa onirica nel regno della morte. Un misterioso canto del cigno diretto verso i giorni della speranza. Un oscuro ritorno dei miti attraverso la luce morente. L’eternità ammirata attraverso gli occhi dei morti. Un restauratore di tutte le cose abbandonate dalla luce e dalla vita.

Sebbene la traduzione letterale lasci presagire solamente un ammasso di vuote pomposità, una volta che avrete ascoltate il disco tutto vi sarà più chiaro: difatti il dualismo tra morte e rinascita, così come tra disperazione e speranza, è il filo conduttore che lega gli otto brani del disco, come l’animo umano che da un iniziale buco nero siderale si muove verso la calda luce del sole per ritrovare la scintilla che dona la vita.

Il disco è uscito, oltre che in cd digipack, anche in vinile dorato.

Tutta questa complessa metafora è resa da De Jong (è lui il solo ad esserci occupato di tutto il disco nel settembre del 2018, tra composizione, musica, voci, mix e mastering) attraverso una musica altamente comunicativa ed emozionale, che usa come arma principale i sintetizzatori per affogarci – letteralmente – dentro dosi di black metal e voci harsh, filtrate da tonnellate di suoni drone che sospendono le composizioni in un limbo impalpabile ed etereo fatto solo di una luce impercettibile che solo il cuore è in grado di sentire.

Immaginate di ascoltare una band black metal posizionata davanti a voi, ma attorniata da un’orchestra di centinaia di elementi che suonano i sintetizzatori con note lunghe e sostenute, e questi ultimi si trovino tutti intorno a voi che ascoltate così l’effetto finale. Tutto viene estremamente espanso in una dimensione che sfiora l’atemporalità e rende la musica realmente viva e pulsante di mille emozioni diverse che sta solo all’ascoltatore decifrare nella maniera che sente più consona a lui.

In questo modo gli otto brani diventano un unicum a se stante, così che l’ascolto, sebbene sia condizionato dai titoli e in parte dal concept che la musica assume di brano in brano, potrebbe partire da qualsiasi pezzo svilupparsi ogni volta in una direzione diversa senza perdere assolutamente il proprio senso. Ne sia un esempio il primo brano in scaletta, The All Consuming Light Of Eternal Death, che parte in medias res e sembra tutto tranne che un brano di partenza; in questi cinque minuti vi sono già racchiusi tutti gli ingredienti fondamentali del sound dei Golden Ashes: un assalto black metal che però non graffia come ci si aspetterebbe, bensì viene murato dalla cortina dei synth, che lasciano passare solo l’incessante battito di una drum machine d’altri tempi che detta un ritmo inumano. Nel corso del pezzo la voce, relegata sul fondo del mix, si muove coi sintetizzatori nel disegnare partiture orchestrali che assumono ora un aspetto liturgico, ora fantasy, ora solenne oppure tragico. Uno stranissimo mix tra i Summoning (ascoltate la titletrack) e i già citati Seirom. E funziona incredibilmente bene.

I primi quattro pezzi sono all’insegna di questo atmospheric/drone black metal, dove via via la parte ambient e sinfonica si ritaglia sempre più spazio, addirittura arrivando a sfiorare il noise. Ma da Drifting Slowly Through The Portal Of Sorrow Towards The Void Of Death le cose cambiano: spariscono le percussioni e rimangono solamente le atmosfere epiche dei synth, disturbate sempre dalle harsh vocals i sottofondo ed esaltate dalla componente drone che si fa sempre più preponderante. Si potrebbe parlare di trascendental-ambient o qualcosa di simile tanto le sensazioni in questo brano si fanno distese e pacifiche, senza però perdere un’eco di inquietudine e timore che non fa distendere mai del tutto la mente dell’ascoltatore.

In Wanderer Of The Eternal Forest sembra addirittura di sentire il Burzum amante del dark ambient andare a braccetto con Fennesz e Nordvargr lungo i boschi di un regno oscuro ai confini del creato. E l’apice emozionale lo si raggiunge con la seguente Seven Bodies Before I Reach Divinity, dal titolo già programmatico, che estremizza ancora una volta l’ambient più denso e risonante con un intreccio melodico ai limiti di un’opera di Wagner, per un risultato finale da lasciare senza fiato.

Il brano finale invece riporta alle atmosfere iniziali del disco, dove il black metal e la batteria, accompagnati dal solito drone/noise di fondo, tornano ad essere ben presenti, forse a simboleggiare come il raggiungimento della luce nella vita dell’uomo sia solamente un obiettivo fittizio, a cui seguirà inevitabilmente di nuovo il buio, per l’eternità.

Rimane tutto qui alla fine, in una manciata di cenere che pian piano scivola tra le nostre dita inermi, ormai sconfitti dalla mostruosa mole musicale dalla quale siamo stati colpiti ed annichiliti. Ma nel mezzo del percorso siamo riusciti ad intravedere la luce e sarà quel ricordo che continuerà a farci vagare alla ricerca della speranza, nei secoli dei secoli.

Voto: 9/10

Distribuito da: Aurora Borealis RecordingsMaurice De Jong

Data di uscita: 10/05/19

Golden Ashes

Dove potete ascoltare/acquistare il disco: BandcampAurora Borealis Recordings

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