ALTIN GÜN – “GECE”. Rock psichedelico in salsa turca!

C’erano una volta i fluorescenti Anni ’60, con il loro carico di speranze ed utopie, manifestate attraverso qualsiasi genere di rappresentazione artistica, tra cui di sicuro spiccava la musica. Quando si parla di rock, e in particolare di rock psichedelico, si tende ad isolare certe zone del mondo come le più rappresentative di questa scena: ovviamente parliamo di Stati Uniti e in secondo luogo di Regno Unito. Ma la storia e la sempre maggior possibilità di accedere alle opere musicali dei decenni scorsi continuano ad insegnarci che nel mondo non vi erano solamente pochi bacini dove erano concentrate le maggiori proposte artistiche divenute poi note, ma sono esistite tantissime altre realtà che hanno goduto di molta meno fama, ma non per questo non sono degne di interesse, anzi tutt’altro.

Oggi ci avviciniamo al Medio Oriente e più precisamente a quella terra misteriosa che di certo non è famosa ai più per la propria storia musicale: la Turchia. Checché ne possiate pensare invece, questo Paese ha saputo donare nei secoli importanti contributi alla storia della musica orientale e non solo, così che la Türk Halk Müziği da molti anni ormai è riconosciuta come uno stile musicale vero e proprio con una propria storia e cultura, caratterizzato da strumenti tipici come il saz o la zurna (che è uno strumento a fiato comune a più tradizioni etniche mediorientali), e che trova la sua maggiore diffusione attraverso il proprio genere più celebre, il türkü.

Arrivando in tempi più recenti invece, ritorniamo agli Anni ’60/’70, quando il movimento hippy si stava pian piano spegnendo, ma il rock psichedelico continuava ad imperversare, lasciando solo dopo pochissimi anni il posto al nascente rock progressivo. In questo periodo di transizione il rock esce sempre più dai propri confini “noti” per sfociare con violenza in tutte le zone popolate del mondo e contribuendo a creare delle piccole, ma nutrite, sotto-scene capaci di lasciare un importante eredità discografica arrivata fino ai nostri giorni. In Turchia, grazie all’impatto degli inglesi The Shadows già nel corso degli Anni ’50, inizia a delinearsi quel movimento che sarà poi rinominato Anatolian Rock, portato definitivamente alla ribalta dal lavoro del chitarrista Erkin Koray tra la fine degli Anni ’60 e la prima metà degli Anni ’70. Il suo disco Elektronik Türküler (1974) definirà con cura il genere appena nato: una commistione di rock psichedelico influenzato dai Beatles, dagli Stones, dagli Zeppelin e dall’ultimo periodo artistico di Elvis Presley, unito al suono delle proprie radici turche, attraverso le melodie e gli strumenti tradizionali. Grazie al nuovo sound creato da Koray nuove realtà musicali nasceranno come funghi, ma solo pochissime lasceranno il segno: Barış Manço e Cem Karaca sono i nomi più celebri. La discografia che l’Anatolian Rock dei Sixties lascerà ai posteri sarà relativamente esigua, ma il sound continuerà a resistere nei confini nazionali fino all’inizio degli Anni 2000, senza mai rivelare veramente il proprio potenziale etnico al mondo intero.

Da queste premesse possiamo muoverci fino ai giorni nostri e precisamente arriviamo al 26 aprile 2019, giorno in cui viene rilasciato Gece (notte), il nuovo album di quella creatura musicale che risponde al nome di Altin Gün (giorno d’oro): il collettivo, che ha sede ad Amsterdam, nasce nel corso del 2017 dall’idea del bassista olandese Jasper Verhulst, già membro della band del cantautore psych-folk Jacco Gardner, il quale innamoratosi del sound della Turchia post-hippy durante un concerto ad Istanbul, decide insieme ai compagni di band Ben Rider (chitarra) e Nic Mauskovic (batteria) di cercare dei veri musicisti turchi per mettere insieme un gruppo che rinverdisca i fasti di quell’Anatolian Rock ormai dimenticato e sepolto sotto le sabbie del tempo. Così, grazie ai poteri di Facebook, ai tre si aggiungono Merve Daşdemir (voce) e Erdinc Ecevit Yildiz (voce, saz, synth), oltre al percussionista già membro dei Night, Gino Groeneveld (ma attenzione: solamente uno di questi musicisti è nato in Turchia; scoprite voi quale!). Il gruppo così formato pubblica quindi nel 2018 l’album di debutto On, ben accolto dalla critica, che riscopre grazie a questa nuova band un sound vintage, ma moderno, risultato di un melting pot artistico oggi assai più raro di quel che si pensi.

E se le premesse del debutto erano promettenti, il seguito di cui andremo oggi a parlare non fa altro che alzare ancora l’asticella delle aspettative, andando a costituire un piacevolissimo affresco sonoro che risulta fresco e frizzante, ma soprattutto che sa rendere omaggio in modo sincero al passato avendo però le radici ben salde nel proprio presente.

Delle dieci canzoni che compongono il nuovo Gece, solamente una è completamente originale, mentre le altre nove sono nate dal progressivo adattamento di alcune melodie tradizionali turche al sound psych-rock degli anni 2000, donando infine un flavour pop ai brani, rendendoli così veramente irresistibili. Al caratteristico suono del saz (elettrico!) si aggiungono quindi una chitarra densa di fuzz, un basso funk e una batteria carica di groove, nonché un uso della voce – in particolare quella di Merve Daşdemir – memore dei fasti di Grace Slick e capace di modellarsi con assoluto dinamismo tra le note liquide suonate dai compagni, creando linee vocali d’impatto e realmente coinvolgenti. Il risultato di questa commistione così particolare riesce a suonare davvero originale, tanto che all’ascolto di un orecchio occidentale non verrebbe mai da pensare che questi siano riadattamenti di melodie tradizionali, tanto è personale il tocco e l’arrangiamento messo in campo dalla band.

E fin dall’iniziale Yolcu è tutto ben percepibile: apertura con basso pulsante e percussioni, che lascia subito spazio ad un riff che più caratteristico non si può (un conoscitore del prog rock italiano potrebbe pensare immediatamente agli AreA!) e poi arriva il canto di Erdinc Ecevit Yildiz a impattare sull’ascoltatore con il proprio carico di fiero etnicismo. La lingua è l’unico vero ostacolo con il quale ci si deve scontrare, ma se non conoscete la lingua turca sappiate che essa si adatta perfettamente sul tappeto ritmico imbastito dalla band. Vay Dünya segue le stesse direttive, alzando però il ritmo e rendendo più presenti i synth che danno quel gusto electroclash che andrà poi ad intensificarsi e modernizzarsi sempre di più nei brani successivi. Arriva quindi la chitarra satura di fuzz e wah che introduce la meravigliosa voce di Merve, che su Leyla raggiunge vertici di lirismo inauditi, per un brano che rallenta il tempo, ma resta sempre estremamente ballabile. Sta qui una delle caratteristiche più interessanti degli Altin Gün, cioè nel trasmettere quella carica danzabile da moderno dancefloor in ognuno dei brani presenti, che li rende consoni a qualsiasi contesto, dal concerto alla discoteca alternativa. Per me un’ottima mossa, considerato poi il livello generale della proposta.

Anlatmam Derdimi ci mostra poi il lato più smaccatamente funky e kitsch dell’ensemble, ma maledettamente funzionante. Su questo brano si notano le somiglianze con l’unica band capace di essere paragonata agli Altin Gün, ovvero gli inglesi Kula Shaker, non fosse per la voce femminile che ci riporta coi piedi per terra. Il gusto per l’Oriente e per l’esotismo così caratteristico infatti accomunano le due band, anche se poi le personalità sono estremamente diverse. Ma il pensiero di assistere ad un concerto nel quale questi due gruppi suonano insieme non è ancora uscito dalla mia mente.

Şoför Bey, sebbene sia l’unico brano completamente originale proposto dalla band, rimane l’episodio meno coinvolgente del lotto a mio parere. La voce recitata di Merve che sembra uscire dalle casse di una stazione dei treni crea un effetto straniante abbinata al tappeto ritmico improvvisato dai suoi compagni. Tutto sommato un momento interlocutorio che prepara alla seconda metà del disco, più votata ad un sound elettronico; ma prima c’è tempo per la folk Derdimi Dökersem, che regala uno dei momenti acustici più alti del disco.

Kolbastı è un altro pezzo che non brilla in mezzo alla scaletta, solamente perché ripropone soluzioni già sentite in precedenza, però fortunatamente ci pensa il trittico finale a chiudere il disco in bellezza: Ervah-ı Ezelde parte in sordina, non sorprendendo inizialmente, ma introducendo poi quella vena maggiormente elettronica che verrà esaltata dalla seguente Gesi Bağları, esempio di elettronica minimale a base di synth vintage e arpeggiatori, che nella sua breve durata si fa notare per il netto cambio di stile. Ed infine arriva il momento di Süpürgesi Yoncadan: in pratica la colonna sonora di un film fantascientifico turco degli anni ’80. Ancora i synth al centro della scena, più kitsch che mai, accompagnati dai talking drums e da un ritmo trascinante da dancefloor retrò, come se i Chemical Brothers si fossero innamorati della musica da videgiochi arcade. Il risultato è ancora una volta straniante e confrontando questo brano con quelli della prima metà del disco si ha il dubbio che si stia ascoltando un album diverso! Ma fa tutto parte dell’universo messo in piedi dagli Altin Gün, capaci di reinventarsi tra i generi più disparati mantenendo però una coerenza di base che ha dell’incredibile.

Qui si conclude l’esperienza di Gece, un disco che si fa notare in mezzo alla marea di uscite del genere odierne, proprio per la capacità di proporre un sound che al nostro orecchio risulta nuovo, sebbene abbia sulle spalle ben più di qualche anno. Rimane la curiosità sulle capacità della band di scrivere materiale originale e non solamente offrire riproposizioni di temi tradizionali, ma questo non toglie assolutamente valore alla proposta dei nostri, che grazie anche ad una esibizione negli studi della celebre radio KEXP durante l’anno scorso, si sono guadagnati una notorietà importante nel mondo indie attuale e che grazie a questo secondo album è destinata ad ingrandirsi sempre di più. Un ottimo lavoro in definitiva quello degli Altin Gün, che si fa ascoltare e riascoltare con piacere, al di là delle preferenze dell’ascoltatore. Mettete questa band e questo disco ad una festa, in una discoteca, durante un dj set o in un qualsiasi contesto live; il risultato sarà lo stesso ovunque: gioia, balli e successo assicurato.

“[…] la maggior parte di queste canzoni hanno avuto centinaia di interpretazioni diverse nel corso degli anni. Abbiamo bisogno di qualcosa che spinga le persone a fermarsi e ascoltare, come se fosse la prima volta […]”

Jasper Verhulst

E direi che l’appello di Jasper sia stato ampiamente recepito. E sono sicuro che da lassù pure Neşet Ertaş stia scuotendo la testa a ritmo e sia fiero dei propri eredi.

Voto: 8/10

Distributo da: Glitterbeat RecordsGoodfellas

Data di uscita: 26/04/19

Altin Gün

Dove potete ascoltare/acquistare il disco: Glitterbeat RecordsSpotifyBandcamp

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