MOON FAR AWAY – “ATHANOR EURASIA”. A cavallo tra Occidente ed Oriente!

The blank flag of the Europe

The sign of the funeral feast

What was a man the hanging rope

Between the God and beast.

Sono lontanissime percussioni, fruscii naturali provenienti da un altro tempo e un flebile pizzicare di corde, che via via diventa sempre più intenso e forte, ad aprire quello che si rivelerà essere un disco difficile ed ostico in più di un’occasione, ma tremendamente affascinante una volta che lo si riuscirà a comprendere nel profondo della propria essenza.

I Moon Far Away sono un gruppo proveniente dalla Russia, precisamente dalla regione costiera di Archangelsk, zona evidentemente caratterizzata dal permanere di un sostrato culturale specifico, che ha spinto i musicisti a creare già nel lontano 1994 questo progetto non solo musicale, ma espressamente votato al far conoscere la propria terra e le proprie tradizioni ad un pubblico che non fosse il solo popolo russo, bensì il mondo intero. Fin dagli inizi il mastermind del progetto, Count Ash, si è dedicato alla riscoperta delle proprie origini fino alle origini più remote del patrimonio musicale russo, ritrovando canti tradizionali, melodie arcaiche e soprattutto riportando alla luce gli strumenti classici del proprio folklore, i quali vengono tuttora suonati dai membri della band. Si aggiunge infine l’ultima caratteristica del progetto MFA, ovvero l’utilizzo di travestimenti caratteristici, che rendono i nostri più simili ad oscuri menestrelli di un passato antico, piuttosto che a musicisti tradizionali del 2019. Ma fa tutto parte di quell’immaginario che la band ha saputo crearsi per far in modo di essere classificati tra le fila degli esponenti del neofolk, sebbene con le dovute distanze dalla generalizzazione del proprio stile.

Innanzitutto quindi, quando ci si approccia al nuovissimo album Athanor Eurasia, bisogna sapere cosa si ha di fronte; i MFA hanno una discografia piuttosto nutrita, che conta più di una dozzina di album rilasciati fin dal 1995, e se negli anni la proposta della band si è via via affinata, essa non ha mai tradito la propria fondamentale intenzione: provare a costruire un ponte ideale tra la tradizione orientale e quella occidentale, basato sulla composizione di brani che siano comprensibili ad un pubblico occidentale, ma strutturati sui canoni folkloristici orientali, nello specifico russi. In questo ultimo disco l’obiettivo è decisamente specificato fin da subito dallo stesso Count Ash:

Non si tratta di confini o mappe di paesi, migranti o geopolitica, ci piace pensare a Athanor Eurasia come il primo album “neo-folk eurasiatico”, in quanto basato su canoni delineati in Occidente, ma arricchito con idee e sentimenti nati in Oriente. È così che abbiamo vissuto e composto i nostri brani per molti anni, sentendo completa libertà creativa e condividendo i frutti di questa libertà con gli chiunque.

E questo concetto di unione tra culture e tradizioni musicali è ben percepibile durante tutto lo svolgimento dell’album, il quale bilancia sapientemente brani più orientati sul versante folk russo – quando non vere e proprie rivisitazioni di temi, testi e melodie russe arcaiche, raccolte durante periodi di spedizioni e ricerche nella zona dell’Arkhangelsk Oblast, dalla quale provengono i musicisti – ed altri maggiormente diretti verso suoni più classicamente neofolk, che rimandano a nomi come Death In June o Sol Invictus, ma mantenendo sempre e comunque una personalità vibrante e caratteristica.

Sono pochissimi gli ingredienti utilizzati dai MFA: le voci innanzitutto, che si alternano tra il registro baritonale e le parti sussurrate e quasi spoken-word dello stesso Count Ash e gli influssi lirici e ariosi della voce femminile principale, a cura di Leda. E poi gli strumenti a corda, che vedono protagonista la chitarra acustica ad esibirsi in lenti arpeggi sofferti e in parti pizzicate che comunque non vanno mai ad “ingombrare” eccessivamente la scena; presenti anche strumenti come la balalaica, la ghironda e l’arpa, accompagnati da tappeti di tastiere gotiche e percussioni sempre presenti, ma delicate, le quali non sforano mai in tribalismi rombanti, ma piuttosto vengono utilizzate come strumento rituale e d’atmosfera, in un modo più melodico che strettamente ritmico.

Una volta chiari i retroscena dietro la musica della band ci si può immergere nel disco con una buona dose di conoscenza, che sicuramente aiuterà ad affrontare l’ascolto con maggior consapevolezza; dopo l’introduzione di cui si è detto in apertura si inizia infatti con uno dei due brani manifesti dell’album, dal testo in inglese e dalla struttura decisamente occidentale: The Blank Flag Of The Europe. Il pezzo si configura come un normale canto folk basato sulla chitarra acustica e su un’unica percussione che batte ogni inizio battuta a mo’ di campana, il tutto arricchito da un bel tema melodico affidato al flauto. La voce maschile apre il brano e viene presto doppiata da quella femminile, che mantiene un registro basso e tragico, decisamente apocalittico per riprendere il genere a cui si potrebbe accostare una canzone del genere.

A spiccare però è il testo, giustamente reso in inglese per risultare universale: un accorato appello all’umanità europea, colpevole di aver distrutto nei secoli il proprio grande Paese, che ora giace morente ai confini del mondo. I nostri citano il Colosseo, così come la Cattedrale di St. Paul, i monti della Spagna e l’onore degli imperi mongolo e unno, tutto per sottolineare come i Paesi d’Europa siano un unicum e in quanto tale dovrebbero unirsi, non disintegrare le proprie culture. In questo senso il teschio che campeggia in copertina è abbastanza esplicativo.

Watch the moon with your shiny eyes

Let the sun touch your skin

Feel the warmth of your brother’s hand

Stay beside me and sing –

Celebrate!

All’estremo opposto si pone il brano che chiude il disco, intitolato Celebrate e reso ancora più intrigante dalla partecipazione di Tony Wakeford dei Sol Invictus alla voce. Qui i toni si fanno leggermente più gioiosi, grazie innanzitutto al ritmo più incalzante del pezzo, più intenso dal punto di vista delle percussioni e impreziosito dal contributo vocale che aggiunge una modulazione più ricca al canto. Più presente la componente russa nell’arrangiamento del brano, ma ancora una volta è il bilanciamento tra Oriente ed Occidente a risaltare, trovando forse il suo massimo compimento in questo episodio. E stavolta il testo ravviva le speranze dell’essere umano, invitato a godere della Natura e a lottare per il proprio mondo, come da sempre è solito fare. Raccolti intorno ad un focolare, danzano e cantano celebrando la vita tutti gli esseri viventi della Terra. Un altro brano meravigliosamente attuale, ma radicato in un’età atemporale.

In mezzo a questi due brani c’è un intero mondo che merita di essere scoperto, senza fretta e con le dovute cure; sette brani cantati in lingua tradizionale seguendo le melodie antiche, le quali talvolta suonano estremamente familiari ad un orecchio estraneo (la bella e melodica Polia Vy, Polia, così come Intersymbolism, a metà strada tra il neofolk sussurrato e umori jazz), altre volte hanno bisogno di più ascolti per essere sviscerate nella propria complessità (Lubila Menja Mat, Obozhala, che ha in sé un valore tradizionale, almeno per quel che riguarda la musica, molto evidente). Vi è la dolcezza tipica di una ninna nanna mitteleuropea in un brano come Dva Lazyrja, con la sua ripetitività che può risultare estenuante per qualche ascoltatore, ma che una volta interiorizzata, non potrà non rapirvi con la musicalità inedita della lingua russa. Ed infine trova spazio anche una grottesca voce bianca (?) ad arricchire un breve strumentale tradizionale dal sapore asiatico in Ostavaisja Bely, Knjaz.

Spiegare però con l’ausilio delle sole parole questi brani è una missione tanto impossibile quanto insensata, tanto le canzoni di Athanor Eurasia sono ricolme di uno spirito antico ed esoterico che solo l’ascoltatore tramite l’esperienza diretta può sviscerare. E questo è il consiglio che vi do io, ascoltate il disco e lasciate che cresca con il tempo, potrà volerci molto forse, ma avrete la sicura certezza di aver ascoltato qualcosa di unico e raro.

Creare qualcosa di nuovo nella forma mentre si aderisce all’antica tradizione spirituale è l’unico modo per una cultura di esistere nel tempo. È l’alchimia del processo creativo, che, solamente attraverso l’uso degli ingredienti più puri, benché singolarmente opposti, da vita a qualcosa di nuovo e dentro quella fornace, che continua a creare nuovi significati e simboli, la fiamma brucia ancora…

Così Count Ash racconta l’esperienza concettuale dietro a Moon Far Away, un progetto di cui spero sentiremo parlare sempre di più e che spero di poter vedere dal vivo almeno una volta. Athanor Eurasia è un’esperienza da vivere in solitaria, accompagnati dalla propria mente e dalla propria fantasia, che stimola la curiosità e la voglia di apprendere e conoscere aspetti nascosti e sconosciuti della nostra Storia.

L’album, in uscita il prossimo 28 giugno per Prophecy Productions, è disponibile come CD Digipack, gatefold LP e 2CD book edition (copertina rigida, 18×18 cm, 36 pagine con note di copertina approfondite in inglese, grafica migliorata e 7 brani bonus per oltre 30 minuti di musica in più). Insieme all’album, Auerbach Tonträger (sub-label di Prophecy Productions che pubblica prevalentemente album acustici/folk)pubblicherà Zhito Zhala: The Early Harvest 1997-2010, un artbook 5CD composto dai primi album dei Moon Far Away dal 1997 al 2010. Un’edizione da non perdere data la difficile reperibilità del materiale dei russi!

Credo che in casi come questo un voto al disco sia del tutto inappropriato, tante sono le qualità e l’impegno culturale racchiusi dentro un’opera simile. Solo l’ascolto può essere il giusto modo per valutare Athanor Eurasia. Un disco che non si limita alla sola musica.

Voto: s/v

Distribuito da: Prophecy Productions

Data di uscita: 28/06/19

Moon Far Away

Dove potete ascoltare/acquistare il disco: Prophecy ProductionsBandcamp

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