RITUAL HOWLS – “RENDERED ARMOR”. Electro-country e darkwave industriale al servizio del (post) punk!

Una bella sorpresina questo nuovo disco del trio di Detroit, che non avevo mai ascoltato con molta attenzione, ma che con Rendered Armor ha smosso decisamente il mio interesse maggiormente rivolto al lato oscuro e gotico del rock.

Infatti, sebbene i Ritual Howls siano ormai in giro da diversi anni e si siano fatti notare già nel 2014 grazie al Turkish Leather, album che li ha consacrati nel gotha del moderno post punk industriale americano, i ragazzi non erano ancora riusciti a conquistarmi, malgrado io adori il genere a cui si rifanno.

La miscela di post punk ottantiano, in odor di Sisters Of Mercy (su tutti) e Joy Division, ed elettronica minimale tendente all’industrial, si è affinata sempre più negli anni, tralasciando la componente noise degli esordi per avvicinarsi ad un mood apparentemente ancor più gelido e soprattutto cinematografico, vicino per molti versi alle atmosfere di David Lynch ed anche, inaspettatamente per me, a quelle delle colonne sonore di Ennio Morricone.

Infatti, seppur la base delle composizioni dei Ritual Howls rimanga saldamente ancorata al post punk, vi è una fortissima componente alt. country che si fa largo tra le trame di chitarra, invase da tremoli e riverberi western che non sfigurerebbero in una pellicola di Tarantino. La voce baritonale di Paul Bancell, oscura e inquietante, ma incredibilmente calda, e la drum machine secca e marziale, sono la ciliegina sulla torta di questo nuovo disco, che, in soli otto brani di media durata, è destinato a farsi ricordare.

Appena iniziato l’ascolto, con la tarantiniana (provate ad immaginarla sul secondo Kill Bill!) Alone Together, ho pensato subito a due cose: la forte devozione della band verso il catalogo della Sacred Bones Records e soprattutto la forte influenza nel mondo post punk moderno di un artista che adoro alla follia e il cui spettro serpeggia – non in modo così eccessivo in realtà – tra le note di questi brani: Luis Vasquez, in arte The Soft Moon. Ma ne riparleremo tra poco.

Mother Of The Dead è uno dei pezzi migliori del disco a mio avviso, tralasciando l’aspetto western per mettere in luce una linea di basso dark e un arpeggio malinconico degno dei migliori Bauhaus ed ovviamente debitore del primo disco dei Joy Division. Pura darkwave senza compromessi; e quasi quattro minuti di brividi.

Love Cuts è un altro bel pezzo, dove la batteria spinge di più e così anche i synth; qui diventa veramente palese il paragone coi Soft Moon, per un pezzo che potrebbe adattarsi a un qualsiasi dancefloor gothic rock. E con tre pezzi in fila come questi l’album ha già conquistato l’ascoltatore. Continua su questo mood più danzereccio anche la seguente The Offering, quadrata e compatta nei suoi canonici quattro minuti.

Ciò che infatti potrebbe far storcere il naso ai fan di lunga data dei Ritual Howls è la ricerca di una compattezza e di una regolarità poco avvezza alle contaminazioni, caratteristica che ha invece accompagnato la band nei suoi primi passi nel mercato discografico. Io, che però non sono così legato al passato del gruppo, ho apprezzato molto questa componente così glaciale e spoglia, per cui credo che il disco in sé sia convincente sotto questo punto di vista stilistico.

Devoured Decency e I Can Hear Your Tears sono due passaggi maggiormente elettronici nei quali però manca una vera e propria scintilla: il primo brano è eccessivamente statico nei propri tribalismi percussivi, mentre il secondo riesce meglio nel suo intento grazie ad un lick di chitarra veramente catchy e una batteria drittissima. Sembra quasi di essere sul set di Drive di N.W. Refn, ma girato in bianco e nero.

La chiosa ancora una volta country-western di Thought Talk, abbastanza trascurabile per il sottoscritto, sebbene sia un brano emozionale e ben congegnato, lascia il posto alla finale All I’ve Known, dove si fa forte l’influenza dei Cure di Seventeen Seconds. Una buona chiusura, in bilico tra tristezza e malinconia, con un tappeto strumentale affidato quasi esclusivamente alla drum machine e ai synth ululanti.

Se amate il post punk e vi piace la freddezza dell’elettronica applicata alle atmosfere dark ottantiane, allora non esitate ad ascoltare questo Rendering Armor; per tutti gli altri, beh parliamo comunque di un signor disco, rispettoso verso i grandi, ma capace di stupire con poco, com’è successo nel mio caso. Complimenti ai Ritual Howls, ci si vede (si spera) sotto il palco!

Voto: 7,5/10

Risultati immagini per ritual howls 2019

Distribuito da: Felte Records

Data di uscita: 22/03/19

Ritual Howls

Dove potete ascoltare/acquistare il disco: BandcampYoutube

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