RHAPSODY OF FIRE – “THE EIGHTH MOUNTAIN”. Splendore e rinascita!

Il disco più difficile in più di vent’anni di carriera per Alex Staropoli arriva nel 2019, dopo una serie di anni tendenzialmente negativi che hanno visto la propria creatura musicale cambiare forma per poi perdere gran parte dei componenti storici lungo la strada, chi a favore di un progetto maggiormente avanguardistico e votato al lato cinematico del metal sinfonico rappresentato dall’ex fondatore Luca Turilli, da molti considerato la vera anima dei Rhapsody fin dal lontano 1993, chi invece deciso a prestare i propri servigi (leggasi “la propria ugola”) a più progetti musicali possibili, trovando una sistemazione stabile in una nota band brasiliana ormai orfana del proprio brillante chitarrista. Il magico trio italiano del power metal sinfonico, che ha gettato le basi per un sound unico ed imitato in tutto il mondo, si trova oggi ad essere definitivamente diviso – almeno in due fazioni opposte, dato il recentissimo riavvicinamento tra Turilli e Lione – , sebbene i vari scismi che si sono succeduti tra le fila del gruppo abbiano creato di volta in volta talmente tanti progetti paralleli dai nomi sempre più contraddittori che la storia dei Rhapsody è diventata per molti una simil-barzelletta da battutina facile sui siti specializzati.

Ma ora lasciamo perdere tutto questo. Oggi parliamo di musica e parliamo della forza di volontà di un gruppo che aveva tutte le carte in regola per fare un tonfo assordante nel mercato musicale attuale e che invece ha dimostrato esattamente il contrario. I Rhapsody Of Fire oggi rappresentano la bandiera di un uomo, Alex Staropoli, che è stato lasciato solo contro tutti e che ha dovuto ricreare una band quasi da zero, inizialmente con un album – Dark Wings Of Steel (2013) – oscuro e decisamente più pesante rispetto al sound cui i fan erano abituati da vent’anni a questa parte, poi con un seguito – Into The Legend (2016) – che ha iniziato a tracciare un percorso più chiaro e coerente col passato, ma soprattutto col presente, e che è stato in gran parte apprezzato sia dai fan che dalla critica. Ma questi due dischi partivano già “avvantaggiati”, grazie alla presenza dello storico singer Fabio Lione, il quale ha sempre rappresentato l’elemento maggiormente distintivo per gli appassionati dei RoF e che solamente alla fine del 2016 ha comunicato la sua fuoriuscita dal gruppo. Mentre quindi la formazione guidata da Staropoli e perfettamente completata dall’apporto chitarristico di Roberto De Micheli, andava incontro alla sua stabilizzazione, il cantante che aveva segnato il sound della band se ne esce di scena, lasciando i compagni con un grande punto interrogativo in volto. Di lì a poco se ne va anche il batterista Alex Holzwarth e il gruppo sembra sul punto di crollare. Un tour celebrativo per i vent’anni della creazione della band con la formazione (quasi) originale potrebbe sembrare l’ennesima presa in giro nei confronti del tastierista Staropoli, ma forse in questo periodo il forzutissimo musicista ragiona definitivamente sul percorso giusto da intraprendere con la sua band, di cui ora rimane unico membro originario a tutti gli effetti.

La lenta risalita dei Rhapsody Of Fire avviene attraverso una serie di step che per molti – compreso il sottoscritto – inizialmente sembrano solamente tentativi di un precoce suicidio artistico: la scelta di un nuovo cantante innanzitutto, uno che non faccia rimpiangere ai fan l’unicità di Lione, ma che sia anche in grado di mostrare la propria personalità per far progredire la crescita della band in futuro. Giacomo Voli è l’uomo scelto da Staropoli come frontman della band e se già la scelta di un cantante uscito fuori da un talent ha subito scandalizzato lo zoccolo più duro dei fan “metallari”, la conseguente decisione di registrare un disco di storici brani dei RoF risuonati dalla formazione attuale per l’occasione li ha definitivamente mandati in coma. Ammetto che quel disco l’ho ascoltato tutto solamente una volta e nel mentre scuotevo continuamente la testa; non ho apprezzato questo tipo di operazione – non a livello prettamente musicale, anzi, ma perché l’andare a toccare musica che viene reputata dai fan (e io sono uno di questi) già perfetta di per sé per cercare di rimodellarlo, è un qualcosa che difficilmente verrà accettato – , ma probabilmente era il modo che la band poteva avere per sondare il terreno di gradimento e non lasciar saturare il mercato discografico. Credo. In realtà la verità non la posso sapere io.

Fatto sta che la formazione dei RoF, completata alle pelli da Manuel Lotter e al basso da Alessandro Sala (presente già dal 2015), compatta e sicura di sé, anche dopo le tiepide reazioni suscitate dall’album di “cover”, entra in studio per registrare un nuovo disco di inediti, che vede la luce nel febbraio del 2019.

The Eighth Mountain non solo rappresenta il nuovo capitolo discografico della carriera dei Rhapsody Of Fire, ma anche e soprattutto l’inizio di una nuova saga fantasy creata da Staropoli e De Micheli, intitolata Nephilim’s Empire Saga e destinata a proseguire nel corso dei prossimi dischi della band. Questa scelta rappresenta un forte legame col glorioso passato dei RoF, che hanno saputo incantare migliaia di fan durante gli anni con epiche storie narrate di volta in volta nella Emerald Sword Saga e nella Dark Secret Saga, e che oggi riprendono in mano non solo gli strumenti, ma anche carta e penna per illustrare le gesta di un nuovo eroe che speriamo entri nei cuori di tutti i fan in giro per il mondo.

Epicità, positività, magniloquenza, forza; tutte caratteristiche che si possono trovare nei dodici brani che vanno a comporre questo nuovo album che si presentava con basse premesse, almeno per il sottoscritto, ma che invece ha saputo sconvolgermi letteralmente, facendomi rivivere anni in cui il mio viso ancora non era coperto di peli e la mia stanza invece era ricolma di draghi. Ma fare di The Eighth Mountain un fagotto di ricordi e nostalgia non è la giusta via di analisi, perché in quest’ora abbondante di musica c’è molto di più.

C’è la prova superba di un Giacomo Voli che è pronto a sbattere in faccia a tutti la consapevolezza che dai talent show non escono solo prodotti da radio usa e getta, ma veri e propri talenti che fortunatamente hanno poi la possibilità di esprimersi in progetti di spessore artistico davvero ragguardevole. A questo è unita una padronanza vocale matura e impressionante, con la capacità di raggiungere acuti impensabili per il Lione attuale (e sicuramente l’età e le sigarette fanno la loro parte) e un’eterogeneità tra gli stili adottati che lo rendono un cantante davvero azzeccato per il gruppo. I primi grandi complimenti vanno a lui.

In secondo luogo la band: si esce dal sound oscuro che aveva caratterizzato Dark Wings Of Steel, ma anche l’album seguente a confronto di questo sembra lontano, non tanto nei suoni quanto nella convinzione e nell’intensità dei singoli brani. Diventa proprio percepibile fin dal primo pezzo di questo nuovo album l’affiatamento che muove i musicisti e che anima le composizioni, che sono ariose e positive, capaci di far sorridere e muovere la testa, così come riescono ad essere immediatamente cantabili come gli anthem dei tempi andati ed emozionanti quando i ritmi rallentano e le atmosfere si fanno più rarefatte. C’è il metal e ce n’è tanto, quando le chitarre ruggiscono queste vengono messe in primo piano e gli viene riservato il posto da protagonista.

Basta ascoltare il brano d’apertura Seven Heroic Deeds per comprendere il mood generale del disco: doppia cassa spedita e riff al fulmicotone per una ventata di sano power metal tipicamente rhapsodyano, tastieroni imponenti, ma non soverchianti, cori immensi ma centellinati in quei famosi intermezzi in latino che hanno fatto la storia del gruppo e infine linee vocali accattivanti e memorizzabili, da cantare a squarciagola al secondo ascolto. Master Of Peace prosegue su questa linea mettendo ancora più a fuoco i cardini del songwriting ed è un altro pezzone. Il disco non potrebbe iniziare meglio, con il terzo brano in scaletta, Rain Of Fury (il quarto in realtà, ma il brano di apertura del disco è un intro abbastanza ininfluente, il che è un peccato perché i RoF ci hanno sempre abituato ad intro molto belle, che conferma il tiro del disco, raggiungendo un territorio ancora più classicamente power metal, ma che si lascia ascoltare con gran piacere, quasi come i brani che oggi sono considerati classici nella discografia dei RoF.

L’eco di un clavicembalo fa capolino nel primo vero lento del disco, Warrior Heart, accompagnato da un flauto barocco che riporta indietro la memoria ancora una volta. Ma anche questa componente fortemente emotiva ha il suo peso durante l’ascolto e non si può fare a meno di chiudere gli occhi e ripensare alle fantasie degli adolescenti che fummo durante il maestoso ritornello del brano in questione.

Si arriva attraverso altri passaggi rapidi e cantabili, alla prima suite del disco, intitolata March Against The Tyrant; il brano ha un andamento lento e continuamente in crescendo, che mette in risalto ancora una volta le qualità timbriche ed interpretative di Voli, ma rende giustizia anche alla perizia compositiva di Staropoli, che riserva a tutti i brani del disco un trattamento oculato, mai troppo pieno di elementi diversi tra loro, ma sempre bilanciato tra metal ed orchestrazioni e questo brano è l’emblema del modus operandi del mastermind. Nove minuti architettati alla perfezione, che mettono in campo un uso della tecnica sempre al servizio del brano e una fitta trama di archi che stanno sempre dietro le linee, ma che donano un’imponenza tale al pezzo che non sfigurerebbe affatto vederlo eseguito in un teatro. De Micheli qui regala anche un assolo degno di nota, breve ma intenso, e che soprattutto mette in chiaro che egli non vuole essere visto come il sostituto di Luca Turilli, l’uomo che ha forgiato un modo di suonare la chitarra riconoscibile da qualsiasi orecchio, ma come un chitarrista dotato di una personalità enorme, capace di unire alla tecnica sopraffina mostrata ovunque nel corso dei brani del disco, un uso della melodia capace di rimandare al metal più classico ed anche al rock nella sua accezione più ampia. Tra l’altro di questo brano esiste anche una versione acustica a cura del solo Giacomo Voli, che vale la pena di essere ascoltata!

A questo punto del disco, dopo un brano così lungo, l’ascolto diventa un po’ più pesante, anche se è una questione probabilmente strettamente personale, anche perché almeno due brani sono tra i migliori del disco. Fortunatamente però, dopo una Clash Of Times non indimenticabile, arriva The Legend Goes On a ristabilire l’alto livello delle composizioni, grazie a degli archi ancora una volta decisivi allo svolgimento del brano e soprattutto ad un ritornello che non può non smuovere nella memoria i ricordi di tutti i fan del power metal degli anni ’90. Ancora una volta il lavoro delle chitarre in fase melodica è splendido, così come la voce di Voli e le tastiere di Staropoli, sempre camaleontiche e maestose.

E il cuore di ogni ascoltatore è destinato a sciogliersi definitivamente davanti alla potenza emotiva di un brano come The Wind, The Rain And The Moon, che lascia la scena alla sola espressività di Voli accompagnato dalla Bulgarian National Symphony Orchestra di Sofia, che offre una prestazione maiuscola e all’insegna dell’epicità. Sul finale entrano la chitarra e la batteria per un ultimo ritornello da lacrime. Certo, non siamo di certo al livello di una Magic Of The Wizard’s Dream, ma non sarebbe un azzardo troppo grande affiancare questi due brani su un ipotetico podio dei brani orchestrali più intensi mai scritti dai Rhapsody Of Fire. Da segnalare anche che in questo brano, dove la ritmica cadenzata permette una chiara dizione del testo, Voli si distingue per una pronuncia dell’inglese bella e sostanzialmente corretta, internazionale quanto basta. E questo è un po’ un tallone d’Achille per cui i RoF si sono fatti notare nel corso degli anni, ma in questo disco il discorso sembra poter cambiare definitivamente.

Il gran finale del disco è affidato ancora una volta ad una suite, Tales Of A Hero’s Fate, che ripesca a piene mani da tutto quel che la band ha proposto nell’album fino a questo punto, stupendo a più riprese innanzitutto con strofe in screaming (che non sono comunque una completa novità in casa RoF) e poi con una languida coda orchestrale dove compare l’inconfondibile voce del compianto Christopher Lee, compagno di avventure dei RoF fin dal lontano 2004. Il fan più accanito, che ha resistito finora, non potrà non lasciarsi andare allo scorrere delle lacrime arrivato a questo punto. In sé però il brano brilla meno rispetto alla prima suite, protraendo per più di dieci minuti soluzioni già sentite qui e lì e in un disco che supera l’ora di durata, proporre un brano un po’ più debole sul finale è un peccato. Anche Voli qui, sebbene offra un’ottima prestazione, forse va un po’ troppo sopra le righe, arrivando ad eseguire degli acuti altissimi in falsetto che non ho gradito tanto.

Arrivati alla fine di questo nuovo viaggio non possiamo che ritenerci non solo soddisfatti, ma addirittura sorpresi del ritorno di “questi” Rhapsody Of Fire, che sembrano veramente più forti e convinti che mai e che lasciano che sia la musica a parlare per loro, riuscendo a convincere e stupire a più riprese. Qualche particolare che stona un po’ c’è, ma non è così determinante di fronte a cotanta maestria e passione messe in campo dal combo triestino. Dal versante live sembrano arrivare ulteriori conferme, quindi non ci resta che attendere il nuovo capitolo della band e sperare di goderci un album ancor più bello di questo The Eighth Mountain!

Voto: 8/10

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Distribuito da: AFM RecordsAudioglobe

Data di uscita: 22/02/18

Rhapsody Of Fire

Dove potete ascoltare/acquistare il disco: AFM Records ShopAudioglobe

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