ZENIT – “BLACK PAPER”. Pugni, carezze e djent!

Giovani e decisamente preparati gli italianissimi Zenit, che con il nuovo Black Paper mirano a candidarsi tra i prossimi rappresentanti di quella branca del metal moderno che strizza l’occhio al progressive più tecnico e al djent di marca Periphery. Il disco è stato registrato a Roma presso i Kick Recording Studio dal noto produttore Marco Mastrobuono (Coffin Birth e Fleshgod Apocalypse tra gli altri).

Ma se da una parte i nostri ci rivelano subito le proprie influenze, durante gli otto brani che compongono l’album, dall’altra la personalità del quartetto romano riesce ad emergere in svariati momenti disseminati lungo le composizioni, che si alternano tra riff down-tuned, sprazzi melodici, breakdown di matrice metalcore e momenti atmosferici che a parere di chi scrive sono tra i meglio riusciti del disco.

La traccia d’apertura porta il nome della band e subito si nota come le chitarre siano in primo piano, accanto ad una voce pulita che ricorda paurosamente quella di Matt Heafy dei Trivium, che sono d’altronde una delle influenze citate apertamente dagli Zenit. Fortunatamente questa sensazione andrà ad acuirsi nei brani successivi, dove il vocalist Federico Fracassi riuscirà a tirare fuori maggiormente la propria personalità. Ma tutto il brano in realtà sembra coniato sullo stile dei Trivium e questo penalizza un po’ il primo approccio al disco.

Cambia decisamente faccia invece Wraith, brano che si apre con un violentissimo riff djent e una strofa obliqua che puzza di Korn, ma interpretando il tutto con la giusta dose di modernità; si fa strada anche il growl del bassista Andrea Pedruzzi, che esegue degli ottimi controcanti durante il ritornello.

Con la doppietta successiva però inizia ad emergere la vera anima degli Zenit, fatta di richiami alternative e quasi al limite del post rock e dell’emo in Above And Below, pezzo davvero convincente, che si muove su diversi registri e riesce ad emozionare su tutta la linea. Parti pulite eseguite con gran classe e un assolo finale di gran gusto chiudono uno dei pezzi migliori del disco.

Si continua però decisamente sulla buona strada con Crow’s Perch, che mette ancora in campo suggestioni nu metal, accompagnate da un impeto hardcore ben sottolineato dal lavoro egregio del drummer Daniele Carlo. Presente sul finale un riff djent da torcicollo assicurato.

La prima parte del disco quindi si assesta su buoni livelli, sebbene i colpi di scena non siano troppo presenti. Ma la qualità dei brani c’è e anche il suono generale si fa apprezzare. Nella seconda parte invece i nostri giocano al meglio tutte le loro carte, sfoderando quattro brani che potrebbero benissimo costituire la summa del sound degli Zenit.

King Of Lies si muove su coordinate prog metal che lasciano ben presto spazio ad un break cristallino in pieno stile math-rock da gustarsi appieno in ogni sua sfumatura. La commistione tra generi prosegue mantenendo un ottimo equilibrio fino al ritornello, melodico e cantabile, ma senza risultare eccessivamente zuccheroso. Il brano da l’impressione di essere un’unica progressione continua e il minutaggio contenuto rafforza al meglio questa piacevolissima sensazione.

Ma è con The Prophecy che si raggiunge l’apice compositivo dell’album: brano stupendo sotto tutti i punti di vista, con un cantato ottimo e perfettamente bilanciato tra growl e voce pulita e una sezione ritmica potentissima in prima linea, dove risalta prepotente il basso. Tutto funziona nel migliore dei modi e il brano rappresenta probabilmente l’episodio più rappresentativo del disco e della band.

La titletrack si candida come pezzo più cattivo del lotto, nonostante sia la voce pulita a farla da padrone, soprattutto nello stacco quasi ambient a metà del brano, dove sono ancora le chitarre di Simone Prudenzi a distinguersi per eleganza e buon gusto.

E proprio quest’ultime sono protagoniste assolute dell’ultimo brano in scaletta, Nadir, che cerca di riallacciare tutti i fili stilistici di cui la band ha fatto sfoggio durante i pezzi precedenti per condensarli in un unica composizione. Ritornano il math-rock, l’alternative e i tempi dispari, soprattutto nel finale quasi alien-core, che fa un po’ il verso alle soluzioni inumane dei Rings Of Saturn.

In definitiva Black Paper è un ottimo album, soprattutto per chi ama la sonorità più moderne del metal attuale, ma ha anche diverse frecce al proprio arco per farsi apprezzare anche da un pubblico più eterogeneo. Probabilmente la pecca più grande che si può trovare in un disco simile è l’eccessivo attaccamento alle proprie influenze, che vengono fuori in modo fin troppo palese talvolta, come nel brano di apertura. Questo è purtroppo un punto dolente nelle produzioni modern metal che guardano al djent e al prog, che in questi anni stanno spopolando, ma si basano il più delle volte sugli stessi stilemi compositivi dei pionieri del genere, il che rende le diverse proposte terribilmente omogenee.

Penso però che gli Zenit abbiano diverse potenzialità per non venire inclusi nel calderone delle band prog metal senza arte né parte e valgano come prove pezzi come The Prophecy e Above And Below. Personalmente credo che se il gruppo provasse a concentrarsi maggiormente sugli aspetti atmosferici della loro proposta e sul lato emozionale della stessa, centellinando le parti più tirate – dove comunque la band riesce a creare buonissimi riff – il sound generale e il tiro ne gioverebbero parecchio.

Voto: 7/10

Distribuito da: Time To Kill RecordsAnubi PressNarcotica

Data di uscita: 31/01/19

Zenit

Dove potete ascoltare/acquistare il disco: Bandcamp

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...