FOLKSTONE – “DIARIO DI UN ULTIMO”. Amare e combattere per la vita di ogni giorno!

Ricorderò sempre il mio approccio coi Folkstone, nato assolutamente per caso durante un evento che ancora oggi ricordo come magico: 14 maggio 2011, primo Gods of Folk organizzato in quel di Casalromano (MN); protagonisti quattro gruppi che all’epoca (così come ora) amavo: Furor Gallico – ero lì principalmente per loro – , Kalevala hms – di cui mi innamorai talmente tanto da andare due anni più tardi fino al Brintaal Celtic Festival per suonare le percussioni durante le registrazioni del loro dvd – , Elvenking – che in quell’occasione avevo schifato, definendoli i Guns N’ Roses del folk metal (e sì, detesto i Guns), salvo poi rivalutarli completamente anni dopo – e come headliner proprio i Folkstone.

La locandina (terribile) del Gods of Folk 2011

Il viaggio per arrivare in questo luogo meta dei miei desideri di adolescente appassionato di folk metal fu esso stesso epico, poiché al fianco di mio padre, partiti nel pomeriggio, incontrammo ogni sorta di ostacolo lungo la strada, tanto da metterci un tempo inimmaginabile per arrivare e temendo sempre più di perdere il primo gruppo in scaletta! Fortunatamente, grazie alla provvidenza di Bob Marley (ascoltammo tutta la discografia ufficiale durante il viaggio, giusto per farvi capire le tempistiche), idolo indiscusso di mio padre, arrivammo in tempo a Casalromano – paese definito sempre dal mio vecchio come “il nulla in mezzo al niente” – e ci godemmo una bellissima serata che ancora oggi ricordo con immenso piacere e nostalgia.

Ma ciò che più conta di questo avvenimento è che sebbene fossi presente principalmente per i Furor Gallico, per i quali mi scatenai in prima fila sotto il palco, mi innamorai dei Kalevala hms e rimasi letteralmente folgorato dalla prestazione dei Folkstone, dei quali conoscevo solamente un paio di pezzi e a dire il vero, da disco non mi avevano mai stupito più di tanto. Ma la miscela di metal e cornamuse che uscì dal (super) impianto di quella sera fu un’esperienza che difficilmente dimenticherò: era il tempo di Damnati Ad Metalla, album che acquistai seduta stante e che rimane ancora oggi il mio preferito del gruppo di guerrieri orobici più tosto d’Italia. Inutile dire che tra tutti i gruppi presenti i Folkstone furono quelli che piacquero di più anche a mio padre e al ritorno ascoltammo il disco almeno tre volte di fila, con incolmabile entusiasmo.

Destino volle che vidi il gruppo solamente un’altra volta, durante un concerto in set acustico, sempre in compagnia dei Kalevala hms, all’interno di una sala di un castello. Decisamente suggestivo, seppur non esaltante quanto il primo concerto narrato. Da quel momento però iniziai a seguire con dedizione la band nei seguenti lavori in studio: amai alla follia Sgangogatt, che era il disco strumentale che avrei sempre voluto ascoltare (ed infatti adoravo già tantissimo pezzi come Ol bal di Òss e Luppulus in fabula), mi piacque molto anche Il Confine, dal quale imparai l’arrangiamento della cover di C’è un re dei Nomadi per suonarla durante i miei concerti acustici e mi tatuai nel cuore un brano meraviglioso come Simone Pianetti, che mi tocca non solo dal punto di vista musicale. Venne poi Oltre… L’Abisso, album che ascoltai con un po’ di indifferenza a dire il vero, forse perché la formula della band iniziava a non essere più entusiasmante per me, oppure perché la componente metal stava pian piano scemando per lasciare spazio ad un’ispirazione più cantautorale, che da sempre era nelle corde del gruppo, ma non era mai stata così tanto in evidenza. Poi arrivò Ossidiana, due anni fa, e in quel momento la fanbase dei Folkstone subì uno scossone: i nostri guerrieri avevano pubblicato sostanzialmente un album rock! Questo disco, almeno per quello che ho potuto vedere/leggere ancora oggi è ritenuto da molti fan un mezzo passo falso nella discografia della band, ma io non sono di questo partito; innanzitutto la parte grafica del disco è forse la più bella ed elegante che i Folkstone abbiano mai utilizzato e la controparte musicale risente di questa ricerca di compostezza ed eleganza, decisamente più accostabili all’immaginario pop italiano, piuttosto che alla furia e all’ignoranza (in senso buono, s’intende) metal degli esordi, oramai scomparsa dalle coordinate compositive del gruppo. Credo che questo disco verrà compreso appieno nel tempo, poiché brani come Asia e Mare dentro, sono tutto fuorché dei mezzi passi falsi.

Ma tutto questo esasperato preambolo per cosa? Per arrivare ad oggi, nel 2019, anno cruciale per i Folkstone, perché dopo un disco controverso come il precedente i nostri si sono trovati nella situazione in cui dover decidere cosa fare e soprattutto come farlo. Ma chi conosce bene i bergamaschi sa che essi non sono assolutamente tipi da curarsi di cosa possa piacere o meno agli altri, il loro percorso artistico è qui a dimostrarlo oggi così come dieci anni fa.

Quindi nel momento in cui venne annunciata l’uscita del nuovo disco, intitolata Diario Di Un Ultimo – titolo interessantissimo e attraente tra l’altro – la mia curiosità era veramente tanta, perché avevo sinceramente voglia di capire in che direzione si era voluta spingere la band stavolta. Non calcolo mai i singoli che un gruppo rilascia prima dell’uscita di un disco, preferisco sempre gustarmi l’album nella sua interezza, poiché in un’epoca in cui il disco, concepito artisticamente e narrativamente, non ha più il seguito che aveva in passato, ritengo che chi compone invece con l’intenzione di creare una raccolta di brani idealmente orientata a raccontare un viaggio e un’esperienza precisa, vada come minimo rispettato ascoltando l’opera d’arte così com’è stata concepita. E questo per dire che non sono stato scosso particolarmente quando è stato rilasciato Una sera, anche perché avevo già avuto l’opportunità di ascoltare il disco intero giorni prima.

C’è da dire che i Folkstone del 2019 si presentano con dei rimaneggiamenti importanti tra le loro fila: i due membri storici Matteo Frigeni (cornamusa, ghironda, rauschpfeife e voce) e Andrea Locatelli (cornamusa, percussioni, rauschpfeife e voce), presenti fin dall’inizio dell’avventura artistica del gruppo, hanno annunciato, poco prima dell’uscita del disco, di aver abbandonato la band. In un gruppo numeroso come i Folkstone le defezioni non sono nuove ed infatti il gruppo ha già subito dei cambiamenti di formazione negli anni, ma quest’ultimo è decisamente importante e credo che abbia senz’altro influito, almeno a livello emotivo, sulla composizione del disco. La band continua ad essere retta saldamente dall’inossidabile leader Lore, sempre più preciso e calibrato nella propria identità vocale, e dalla sodale Roby, in questo album davvero molto presente non solo come corista, ma anche come voce principale.

Com’è dunque il disco nuovo? Semplicemente è la perfetta sintesi dei Folkstone di ieri e di quelli di oggi: basta ascoltare il primissimo brano Astri, per rendersi conto di quanto il metal sia ancora una componente importante del sound dei nostri, ma di quanto la dimensione lirica sia declinata in una dimensione estremamente lontana dagli stilemi classicamente metal ed ormai questa è una caratteristica che è diventata propria del gruppo, tanto da rendere riconoscibilissimo ogni loro pezzo. Un lessico ricercato e forbito, talvolta desueto, sicuramente poetico sotto ogni suo aspetto; parti recitate o parlate e ritornelli indovinati, grazie a melodie non eccessivamente complesse, ma di sicuro impatto. Questo fa tutto parte di quel retaggio pop che permea i brani dei Folkstone, che riescono in questo modo ad essere forti all’orecchio di ascoltatori di qualsiasi estrazione. E nel caso specifico, il testo si lega al tema dell’abiura galileiana per arrivare a tracciare un parallelo con la nostra attualità, da sempre argomento principe delle liriche di Lore. Un pezzo che live farà sfacelo. La titletrack continua sulla stessa linea, con una chitarra ancora più presente, ma il premio al ritornello più cazzuto di tutti va sicuramente a La Maggioranza, vero inno moderno che andrebbe ascoltato ogni mattina prima di iniziare le nostre prevedibili e noiosissime vite con un piglio rivoluzionario che dovrebbe muovere i cuori di tutti noi e spingerci a vivere al di fuori delle convenzioni di quella che chiamiamo società e che ha ormai perso qualsiasi cosa che possa definirsi sociale.

E in tutto questo però il folk metal dov’è? La risposta arriva nel brano seguente, Elicriso (c’era un pazzo), dove gli strumenti acustici tessono una ballata moderna con un impatto emozionale notevole, dove la voce di Roberta esce fuori e diventa protagonista di una storia che racconta ancora una volta una fiaba fuori dal tempo. Se le cornamuse finora si sono limitate a confezionare delle melodie che in un gruppo normale avrebbe suonato la chitarra solista, qui diventano invece importanti nella reale economia del brano, che rimane uno dei miei preferiti. Si fa apprezzare anche Naufrago, che mette in luce ancora le chitarre e gli strumenti a corda, ma senza scossoni, mentre invece in Danza Verticale di colpo si ritorna alle melodie che avevo amato all’epoca di Damnati Ad Metalla! Le cornamuse sono finalmente protagoniste e il testo cita anche le amate alpi dei nostri, custodi di eterni segreti e garanti dell’equilibrio del pianeta; pianeta che noi stiamo contribuendo sempre più velocemente a distruggere.

Arriva la consueta cover, ancora una volta un patrimonio indiscusso della musica italiana che conta: La collina, pezzo storico di Francesco Guccini datato 1970. La partenza è straniante, con una batteria digitalizzata in fade-in che sinceramente fa storcere un po’ il naso, poi però il brano inizia ad ingranare e nel rendere fedelmente le atmosfere della canzone originale, i nostri riescono a tessere un brano tipicamente Folkstone e rendere omaggio alla tradizione colta del proprio paese. Applausi. Ma nelle cover i nostri briganti di montagna ci hanno sempre abituati bene, dimostrandoci di essere davvero dei professionisti dell’arrangiamento.

Con Una sera si conclude un’ipotetica prima parte del disco, fatta di carica, modernità e un pizzico di nostalgia, ma tutto estremamente bello e riuscito. Come già detto prima, la voce e la scrittura di Lore si sono affinati moltissimo negli anni e la riconoscibilità del frontman è ormai assodata. Ma qui, proprio lui riesce a creare delle parti indovinatissime, usando principalmente i registri più bassi, ma muovendosi benissimo anche nei momenti più acuti senza mai strafare e risultando sempre, estremamente, credibile e presente.

Quindi con Spettro si entra nella seconda parte del disco, che guarda alla fase più recente del gruppo: il brano citato in realtà è veramente bello, con un testo toccante e poetico, ma il ritornello perde un po’ di potenza ed emozionalità suonando come qualcosa di già sentito. Non stiamo parlando di un pezzo brutto, sia chiaro, ma forse paga la posizione in scaletta, che come spesso accade nei dischi dei Folkstone, arrivati alla fine dell’ascolto del disco, risulta un po’ prolissa. Ascoltandolo da solo, Spettro, acquista decisamente più forza.

Meglio invece In assenza di rumore, che si muove su territori folk rock e medievali, con una cadenza irresistibile e la voce di Roberta che convince. Ma le melodie vocali dei brani cantati dalla brava Roby iniziano ad assomigliarsi un po’ troppo, almeno al mio orecchio. Buono però il comparto strumentale, con una batteria veramente arrogante specie sul finale, con un breakdown sotto il ritornello veramente figo.

Il grammo di un’ora è l’unico pezzo che ancora oggi non mi convince e che forse avrebbe snellito la scaletta se fosse stato escluso, mentre invece è molto bello il lento Fossile, con le uillean pipes che creano un’atmosfera calda e avvolgente e un testo ancora una volta toccante. Però è un altro pezzo lento e ne mancano ancora due in scaletta, il disco inizia a diventare lungo e ci vuole un bel colpo di coda ora. Peccato che questo non arrivi sulla seguente Escludimi, che pecca ancora una volta di una linea vocale simile a quella degli altri pezzi cantati da Roberta. Però la sezione centrale con protagonisti i flauti si fa ascoltare volentieri e in generale ancora una volta il comparto strumentale non delude.

Chiude il disco I miei giorni, che suona realmente come un brano di commiato, con un buon bilanciamento tra tutti gli elementi presentati nell’album finora. Ma ormai l’ascolto è minato dall’eccessiva prolissità e questo pezzo l’ho apprezzato meglio preso singolarmente piuttosto che nel contesto del disco.

Quindi, è giunta l’ora di tirare le somme di questo articolo che ormai è diventato un romanzo interminabile: Diario Di Un Ultimo è un disco che di certo rimetterà pace tra i fan che non avevano colto di buon occhio la svolta netta di Ossidiana, certi brani sono decisamente rivolti al passato e possiedono quel tiro che fece innamorare molti dei fan della prima ora, mentre la maggior parte dei pezzi del disco appartengono alla dimensione odierna dei Folkstone, che si sta delineando sempre meglio, in bilico tra un folk rock d’autore e un’anima metal mai del tutto sopita, grazie sopratutto alla sezione ritmica composta da Edoardo Sala alla batteria e Federico Maffei al basso, con l’importante apporto dato dalle chitarre di Luca Bonometti.

Ci sono delle pecche a mio parere e queste vanno ricercate nell’eccessiva prolissità della scaletta – ma d’altronde tutti i dischi dei Folkstone sono sempre stati molto corposi a livello di brani contenuti – che in questo caso con un paio di brani in meno sarebbe stata molto più convincente, e soprattutto nelle melodie vocali dei ritornelli dei brani cantati da Roberta, che si somigliano veramente troppo in certi casi e questo tedia l’ascolto complessivo del disco.

Indubbiamente però non posso non dire di essere stato colpito assolutamente in positivo nel complesso e certi pezzi sono già entrati di diritto nel novero dei miei preferiti della band, che spero possa continuare in direzione ostinata e contraria, come diceva qualcuno, continuando a mettere a segno bei dischi e sopratutto continuando a portare in alto il vessillo di un’italianità fatta di arte, poesia e rivoluzione, cose queste che mancano oggi più che mai e che necessitano disperatamente di essere riportate alla luce.

Fatevi un regalo, ascoltate Diario Di Un Ultimo. Finirete per innamorarvene e ne uscirete sicuramente più pieni, sia a livello culturale, che a livello spirituale. Sempre grandi Folkstone!

Voto: 8/10

Distribuito da: Folkstone Records – Audioglobe

Data di uscita: 8/03/19

Folkstone

Dove potete ascoltare/acquistare il disco: Fokstone Sito UfficialeAudioglobe – Mai, come in questo caso, la risposta giusta è: “Andate ai concerti!”.

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