LOST DOG STREET BAND – “WEIGHT OF A TRIGGER”. Il country che crea dipendenza!

Sedetevi e mettetevi comodi, perché quella che sto per raccontarvi è una storia che potrebbe essere benissimo la trama di un film acchiappa-oscar che Lady Gaga e Bradley Cooper scansatevi proprio. Arriva dal lato più oscuro del Kentucky il disco di cui parleremo oggi, per la precisione dalla contea di Muhlenberg, e porta il programmatico titolo Weight Of A Trigger (Il peso di un grilletto). Dietro la sua creazione si cela un duo, Lost Dog Street Band, composto da Benjamin Tod – chitarra, voce, armonica e principale compositore – e dalla sua compagna di vita e scorribande Ashley Mae – violino e voce – , coadiuvati dal bassista Jeff Loops proveniente dalla band roots Deep Chatham.

Ma concentriamoci un attimo sulla vita di Benjamin Tod, poiché conoscerla è essenziale per comprendere il pensiero che vi è dietro al suddetto disco.

Volevo indagare gli impulsi più oscuri dell’umanità per questo album e cioè violenza, egoismo e distruzione.

Questo è ciò che Tod ha dichiarato per presentare al pubblico il suo nuovo parto discografico, che altro non è che un lavoro puramente autobiografico: gli impulsi oscuri di cui parla Benjamin infatti sono semplicemente i demoni che lo hanno oppresso da quando era un adolescente. All’età di sedici anni, egli lasciò la casa per suonare la sua musica lungo le strade di tutta America. Da allora ha vissuto sotto i ponti, ha dormito in squallide prigioni, ha cercato la libertà saltando da un treno merci all’altro, ha combattuto la dipendenza e ha visto morire molti buoni amici che non riuscivano a sopportare la stessa vita che egli si era scelto. In alcuni stati, Tod rimane un ricercato con mandati ancora attivi. Malgrado la sua vita scapestrata, il nostro è sempre stato prolifico esorcizzando i suoi demoni attraverso le proprie canzoni. Anche se ciò significava scrivere musica alle sette di mattina in scantinati umidi e bui, drogati e ubriachi. Un’introduzione come questa ci mostra quanto Benjamin Tod sia a tutti gli effetti un moderno personaggio da film western, un maudit del selvaggio West, dove i cowboys non si sono mai estinti e l’unica religione possibile è quella che giura fede a Johnny Cash.

Ma nella vita solitaria e maledetta di un diavolo come Tod doveva per forza avvenire un incontro importante e quest’ultimo avviene in realtà molto presto, per la precisione quando il nostro aveva quindici anni: all’interno della fervente scena punk di Nashville infatti, Tod incontra la già citata Ashley Mae, che all’epoca aveva diciassette anni. I due si innamorano e avviano una tumultuosa relazione che sfida qualsiasi tipo di avventure e disavventure nel corso degli anni (oggi i due sono infatti sposati), fin quando nel 2010 non decidono di creare Lost Dog Street Band, che fin dal nome riflette la scelta di vita che la coppia aveva intrapreso fin dall’adolescenza. Dietro il monicker si cela la volontà di tramandare la tradizione folk americana, degli antichi trovatori che hanno reso grande la musica dalle cui origini è nato gran parte di ciò che ascoltiamo oggigiorno. Alla musica si aggiunge la ricercatezza del songwriting, mitigato da anni di modernizzazione e attualizzazione del sound, e le liriche, crude ed esplicite come da buona tradizione cowboy.

Weight Of A Trigger rappresenta il quinto disco della creatura di Benjamin e Ashley e se abbiamo già detto come esso sia in gran parte un lavoro autobiografico, è anche vero che nei testi vengono utilizzate parecchie metafore per narrare storie che hanno visto protagonista il nostro vagabondo maledetto: ascoltare le dieci canzoni contenute nell’album significa venire catapultati indietro di più di cent’anni in un America popolata di sceriffi, fuorilegge, cowboys e pistole roventi, dove basta una parola sbagliata per scatenare una tragedia e dove la vita è molto più profonda e vera di quella che ci ritroviamo a vivere oggi. Si respira soprattutto una grande amarezza tra i solchi di questo disco, che però si presenta leggero come una piuma, sobrio e scarno, retto solamente da una pedal steel guitar, passaggi acustici in fingerpicking, placidi accordi, un violino essenziale e malinconico e un banjo dimesso di tanto in tanto. Il tutto condito dalla voce vissuta e scazzata di Tod, raddoppiata e armonizzata con saggezza da quella delicata e cristallina di Ashley. Le canzoni si muovono tra Appalachian folk, country, blues e bluegrass, generi interpretati magistralmente, riuscendo a mantenere intatti il rispetto per la tradizione e il gusto per un suono a suo modo moderno e contemporaneo, che rende frizzante e coinvolgente l’ascolto per tutti i dieci pezzi del disco.

Se i tratti distintivi delle canzoni li abbiamo già descritti, ci sono comunque brani che escono in un qualche modo dal tracciato già disegnato per andare a sfociare verso altre correnti musicali; è il caso ad esempio della commovente Bring Back Someday, che si apre con una melodia di violino e banjo ed una cantilena ostinata a cura di Tod che ci portano vicini agli standard folk irlandesi, i quali per certi versi hanno diversi punti in comune con gli standard americani, che vengono infatti riportati alla luce nei ritornelli. Si fa notare anche la carica Diane, una ballata in stile cowboy che guarda anche e soprattutto alla tradizione dei grandi cantautori americani come il già citato Johnny Cash, ma anche Townes Van Zandt e Arlo McKinley. Una canzone da ascoltare e cantare intorno a un falò nel bel mezzo della notte, sorseggiando birraccia e mangiando carne bruciata. Il brano più moderno del lotto è invece Lazy Moonshiner, che si presenta come una sorta di valzer folk che mi ha ricordato lo stile dei Chumbawamba (quelli moderni eh).

Certo, molti potrebbero dire che i brani si assomigliano un po’ tutti tra loro, anche a causa dello strumentario ridotto che utilizza la band, ma dall’altro lato io penso che questo sia solo in parte vero, perché se vi dedicherete all’ascolto analitico del disco allora vi accorgerete quante sono le sottigliezze e i dettagli che il duo ha voluto immettere in ogni singolo brano; e il punto maggiormente a favore dei Lost Dog Street Band è che hanno scritto un album che si ascolta velocemente e in modo estremamente leggero e spensierato, ma che al contempo facilita enormemente l’analisi complessiva dei dieci brani contenuti al proprio interno. Forse l’unico rimpianto che ho come ascoltatore rimane la mancanza assoluta di percussioni, che sicuramente rimangono estranee al genere, ma che potrebbero donare ancor più longevità e brio alle canzoni del duo. Ma per ora godiamoci questo disco piacevole e d’altri tempi. Un viaggio in un America che non c’è più, ma che rivive nei sogni (e negli incubi) di un cantautore maledetto.

Qui vi metto anche il poster del lunghissimo tour che i Lost Dog Street Band intraprenderanno tra poco negli Stati Uniti, se passate di lì andate ad ascoltarli!

Voto: 7,5/10

Distribuito da: Anti-Corporate MusicEarsplit PR

Data di uscita: 29/03/19

Lost Dog Street Band

Dove potete ascoltare/acquistare il disco: BandcampAnticorp

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