#RistampeFeticiste: U.S. CHRISTMAS – “PRAYER MEETING”. Ascoltare è un atto di fede!

Dopo aver ascoltato un disco come questo trovare l’incipit giusto per iniziare a parlarne è davvero complicato, tanti sono gli spunti che se ne possono ricavare; ma oggi è arrivato il giorno per farlo e quindi ci proverò, con la consapevolezza di essere incompleto o anche solo troppo emozionato per sviscerare tutti gli argomenti che si sono avvicendati nel mio cervello e nel mio cuore durante l’ascolto del disco di cui ci accingiamo a parlare.

Gli U.S. Christmas sono una band proveniente da Marion, nel North Carolina, città immersa nella regione degli Appalachi. Fin dagli esordi gli USX sono capitanati dal frontman Nate Hall e da una schiera di comprimari di prim’ordine, che si sono avvicendati con più o meno frequenza dietro le fila del gruppo. Importante è sottolineare la provenienza geografica della band, poiché il sound che ne deriva è influenzato pesantemente proprio dalle suggestioni e dalle sensazioni che le lande degli Appalachi trasmettono ai propri abitanti fin dalla notte dei tempi.

Dopo aver pubblicato il primo e proprio debut album nel 2004, è in occasione del secondo disco Salt The Wound del 2006 che i nostri vengono notati da un certo Scott Kelly, mente dei seminali Neurosis, il quale adotta gli USX sotto la propria celebre etichetta, la Neurot Recordings. Da quel momento la band pubblica altri tre album sotto la label dei Neurosis, piazzandosi come una band di culto per gli amanti delle sonorità a cavallo tra sludge e post metal, ma mantenendo intatte la propria caratteristica principale, ovvero la mistura tra il classico folk americano e un rock psichedelico figlio degli anni ’70 che va a ricoprire di una patina oscura i brani del gruppo. Risalendo l’ultimo disco degli USX al 2011 (The Valley Path, composto da un unico lungo brano), ci troviamo oggi a parlare di un’operazione di vera e propria archeologia musicale, che va a pescare dagli archivi mai svelati della band per (ri)portare alla luce addirittura il primissimo demo che il gruppo aveva registrato pressappoco intorno al 2003, intitolato Prayer Meeting.

Alcune band fanno demo. Noi abbiamo fatto un disco. Non l’abbiamo fatto per un’etichetta, un agente o qualcun altro a parte noi stessi. Era il primo passo verso quella che sarebbe diventata una serie di opere connesse tra loro. Questo disco segna un momento speciale nella mia vita e sono sicuro che gli altri ragazzi [della band] sono d’accordo. Quei giorni nella piccola roulotte di Marion, NC, erano elettrici e pieni di energia costruttiva. Ascoltate, questi sono i suoni delle nostre fondamenta.

Queste le parole di Nate Hall nel 2018, nel momento in cui Michele Basso e Giorgio Salmoiraghi, proprietari dell’italianissima etichetta Hypershape Records, gli propongono di stampare per la prima volta il demo degli USX in una versione unica e speciale. Le undici tracce contenute nel disco originale sono state rimasterizzate da Alexander Lizzori, ma solamente per rendere il suono idoneo alla pubblicazione, senza quindi andare a toccare ciò che è l’essenza e la mancanza di mezzi delle registrazioni originali, che caratterizzano il sound povero e privo di orpelli di Prayer Meeting. L’album è poi stato pubblicato in una sontuosa edizione digipack a sei ante corredata di grafiche old school e dichiarazioni dello stesso Hall, ma anche di John Presnell e Tim Greene, rispettivamente bassista e batterista che hanno inciso i pezzi del demo. Nate Hall tra l’altro, in una bella intervista, ha dichiarato che la maggior parte del merito per il sound del disco originale va proprio al batterista Greene, capace di imprimere a fuoco quelle che erano al momento le caratteristiche salienti della band. Se già il digipack è bellissimo di suo, sganciamo la bomba: la confezione del disco consiste in una scatola in legno fatta a mano su cui è impresso a fuoco il marchio della band, con la caratteristica alce a mo’ di uroboro, francamente splendida. In più, oltre a una cartolina della band, vi è anche un sacchettino con qualcosa di davvero speciale ed intimo, ovvero terriccio, semi e foglie provenienti ovviamente dalla regione degli Appalachi, per la precisione dalle zone circostanti la casa di Nate Hall, che ha raccolto personalmente tutti i materiali di produzione di questa vera e propria opera d’arte. Queste undici canzoni provengono da una zona del mondo precisa e definita e tutto, all’interno di questo cofanetto, ce lo ricorda con prepotenza ed affetto.

E quindi, una volta appagato l’aspetto visivo, e vi giuro che è così e la sincerità dell’operazione filo-archeologica è palese e si percepisce chiaramente, passiamo al lato prettamente musicale dell’album. E qui si nascondono le vere novità. Se avete ascoltato i dischi che gli USX hanno rilasciato sotto la Neurot allora preparatevi a venire – piacevolmente – sconvolti dall’ascolto di Prayer Meeting; per tutti gli altri che non hanno mai avuto dimestichezza/rapporti con la band, preparatevi a venire sconvolti e basta. Il disco si apre con Death By Horses, un brano che si muove a cavallo tra il noise rock e la psichedelia spaziale tipica di gruppi come gli Hawkwind (influenza importante che si ripercuoterà su tutti i brani del disco), grazie agli inserti sonori fantascientifici a base di theremin di Matt Johnson. Sembra di ascoltare i Distorted Pony (una delle mie band cult preferite, ma ne parleremo un altro giorno) che fanno una jam coi già citati Hawkwind pensando di trasformarsi in un gruppo punk. Un’apertura sinceramente devastante, nella quale possiamo già notare le caratteristiche salienti del sound dei nostri: chitarre sgraziate e dal sound sgranato, voce filtrata e dal mood distaccato e soprattutto una batteria che suona in un modo a cui nessun ascoltatore del 2019 è più abituato. Questo è lo strumento che a livello di sound, insieme alle chitarre, vi stupirà di più. Provate a confrontare la batteria di un qualsiasi disco odierno con questa e vi si aprirà un mondo. Altro che trigger e sotterfugi vari, qui i tamburi suonano “male”, ma comunicano cento volte di più di una qualsiasi batteria registrata oggi, impressionante.

Ma già col secondo brano si cambia radicalmente atmosfera, avvicinandosi ad un folk sghembo ricoperto di psichedelia e svisate elettriche che si avvicinano a quello che già all’epoca era il post metal dei Neurosis. La strada è già tracciata verso la meravigliosa Lazarus, guidata da una voce ancora più svogliata e (post)punk e da una band che si trascina lenta in un vortice cosmic-noise che vi penetrerà fin nelle viscere. Siamo dentro la sala prove del gruppo, questo è ciò che gli USX vogliono farci provare, di essere lì, insieme al loro, nel bel mezzo del processo compositivo. E in Your Soul sembra proprio di essere seduti al fianco di Nate Hall, che ci intona una ballata acustica con tanto di armonica; puro folk americano, che parte da Bob Dylan e arriva fino a Neil Young, passando da John Denver, influenze imprescindibili per Hall. Un brano brevissimo, ma incredibilmente denso di emozioni.

Ancora Hawkwind presenti nell’intermezzo sonico Mantis, che sembra addirittura provenire dal fantastico live Space Ritual del 1973, tanto è coerente con quel tipo di sonorità. Sonorità che per l’appunto vengono traghettate agli anni 2000 nella successiva Norpo, che gode di sonorità decisamente più pesanti accompagnate da samples vocali disorientanti, per ricomporre ancora una volta atmosfere spaziali degne del peggior incubo letterario di H. P. Lovecraft. Senza elencare tutti i brani in scaletta, possiamo segnalare ancora Queen Of The World, che riprende le influenze della prima traccia del disco, rendendole se possibile, ancor più violente per un risultato cosmic-punk che ha dell’incredibile. Darling Corey mette in luce ancora le influenze country e folk, forse ancora meglio che nell’episodio precedente.

Gengivitis è il brano più lungo del disco e anticipa le future produzioni della band, costruendo una lenta e inesorabile cavalcata psycho-noise, che sebbene possa far pensare sulla carta ai Sonic Youth, in realtà non li sfiora neanche per sbaglio. Il noise rock degli USX si muove veramente lontano dalle coordinate “classiche” del genere e questo non è assolutamente scontato, il che rende ancora una volta l’ascolto del brano e del disco intero un’esperienza completamente inedita. La vera chiusura del disco arriva con Out, poco più di un minuto di chitarra acustica e armonica e poi altri sette di field recordings, con suoni della natura, fruscii, registrazioni di conversazioni, voci storpiate, rumor bianco e una voce finale da incubi che intona un canto tradizionale. Una chiusura invero più concettuale che musicale, ma considerato l’intero concept del disco, della band e dell’operazione di restauro, è un brano che trova il suo senso nella maniera più assoluta.

Ascoltare Prayer Meeting è un atto di fede per diversi motivi: nel 2019 l’ascoltatore medio non è abituato a questo genere di suoni e di registrazioni, anche la band che registra un demo in casa oggi può godere di risultati ben più “professionali”; questo disco invece è la testimonianza di un periodo, in realtà neanche troppo lontano, dove tutto ciò non era così semplice o possibile, specialmente all’interno di una regione così chiusa in se stessa. Una fotografia chiara e splendente di un’ombra passata, ma indelebile e che può servire a chiunque voglia intraprendere un progetto musicale, poco conta quale sia il genere. Lasciarsi trasportare nel mondo degli U.S. Christmas non è facile neanche per un ascoltatore scafato e consapevole, è questione di credere nel sound della band e lasciare che questa ci avvolga, senza fretta e senza pretendere nulla che questi undici brani non possono dare: non ci possiamo aspettare bassi che bucano il mix, chitarre sferraglianti e schegge soniche che ci facciano scoppiare il cervello, come in un moderno disco noise rock. Qui tutto si mantiene un passettino indietro, siamo in un ambito puramente sperimentale, è una demo per l’appunto e il remastering non ha voluto snaturare per nulla questa sua caratteristica. Perciò è l’ascoltatore che deve porsi verso questo disco nel modo più “ingenuo” e impreparato possibile: in quel momento allora i brani sprigioneranno veramente tutta la loro potenza. E questa arriverà in un modo indescrivibile, crescendo con gli ascolti. Ascoltando un disco come questo, cambierà anche la percezione dell’ascoltatore verso le produzioni moderne, che al confronto con Prayer Meeting risultano certamente più appaganti dal punto di vista formale, ma irrimediabilmente povere di emozioni. Sono le emozioni che in questi undici brani escono prepotentemente dal mix, più di una chitarra o di un rullante, più di qualsiasi suono. Questi infatti talvolta sono slegati tra loro, imprecisi anche, stonacchiati altre volte, ma fa tutto parte del gioco e della scelta di ascoltare consapevolmente un disco simile. Questi sono gli USX che stanno cercando la strada per diventare uomini. E sulla loro strada ci sono già moltissimi aspetti positivi, costituiti da brani che una volta impressi nel proprio cuore non si scolleranno più da lì.

Fatevi un regalo, ascoltate Prayer Meeting e riscoprite l’essenza della creazione musicale. Grazie Hypershape Records, grazie Nate Hall, grazie agli U.S. Christmas.

Distribuito da: Hypershape RecordsAnubi Press

Data di uscita: 23/11/18

U.S. Christmas

Dove potete ascoltare/acquistare il disco: Bandcamp

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